Giacomo Moor
“Al design non fa bene la fretta”

18 novembre 2016

Parigi, nove di sera, una panchina nel 5° arrondissement e il chiacchiericcio dei ragazzi in sottofondo. Un cocktail in mano, nell’altra L’uomo artigiano di Richard Sennett, sociologo americano della New York University e della London School of Economics. Seduto per essere intervistato c’è Giacomo Moor, designer che si avvicina molto alla figura descritta nel libro, quella di un artigiano che fa bene le cose ed è orgoglioso del proprio lavoro. Nato a Milano nel 1981, dopo il liceo classico Moor frequenta il Politecnico e si laurea con una tesi sul legno, pubblicata da Abitare. Durante gli anni universitari lavora in una bottega e impara a fare il falegname. Nel 2011 fonda a Milano, dove vive, lo studio Giacomo Moor, che oggi progetta e realizza per gallerie, privati e aziende come Acerbis, Memphis, ProjectB, Yoox ed Environment Furniture. Nel 2013 nasce la sua prima collezione, Attraverso, seguita da Metropolis e Palafitte. Nel 2016 vince il premio Young Designer Talent of the Year di Elle Decor Italia e viene proclamato Best Young Designer dal Salone del Mobile di Milano. “Ma in realtà”, ci dice, “sono un ibrido tra un progettista e un falegname. La mia giornata non è quella del classico designer”.

Alterego, design di Giacomo Moor per Acerbis, 0000.

Alterego, design di Giacomo Moor per Acerbis, 2016.

Com’è strutturata la tua giornata?

Sveglia prestissimo e a letto pure, come gli artigiani di una volta.

Sii più preciso, cosa intendi?

Mi sveglio alle 5.30-6.00. Le prime ore del mattino sono le uniche che passo in laboratorio, dove ho i miei ragazzi e riesco a organizzarmi. Poi parte il telefono, ed è dura tenere le fila delle tante cose che succedono. Gli unici momenti veri dedicati alla progettazione sono la mattina presto e il weekend, per la gioia di mia moglie.

Quanti sono i ragazzi che lavorano con te?

Nove.

Storck, collezione Palafitte, design di Giacomo Moor, 0000. Foto: Max Rommel.

Storck, collezione Palafitte, design di Giacomo Moor, 2015. Foto: Max Rommel.

Qual è il marchio di fabbrica di Giacomo Moor?

Un linguaggio riconoscibile e soprattutto un modo di lavorare. Cerchiamo di comprendere le esigenze più profonde del committente e di proporgli soluzioni adeguate, con un metodo quasi maieutico. In realtà, il segreto del nostro lavoro è una formula semplicissima.

Ovvero?

Tu hai bisogno di una cucina per casa tua. Non chiami il falegname, e nemmeno l’architetto. Contatti un’unica figura, così salti un passaggio e riduci i costi.

Come ti è venuta quest’idea?

Durante gli anni dell’università ho lavorato in una falegnameria, poi mi sono laureato con Beppe Finessi. Così ho maturato queste due competenze, di designer e falegname.

Che rapporto hai con Beppe Finessi?

Gli devo moltissimo. È stato il primo a indicarmi la strada, mi ha detto: “Lavori il legno? Bene, facciamo una tesi sul legno”. E da lì mi sono convinto che quella fosse la mia strada.

Ti senti più artigiano o designer?

Entrambi. Non potrei stare soltanto alle macchine, e neppure limitarmi a disegnare. L’insieme di progettazione e manualità caratterizza tutto il mio lavoro.

GM1, collezione Attraverso, design di Giacomo Moor, 0000. Foto: Delfino Sisto Legnani.

GM1, collezione Attraverso, design di Giacomo Moor, 2013. Foto: Delfino Sisto Legnani.

Quanto conta il saper fare?

Molto, l’approccio empirico aiuta a risolvere molti problemi progettuali.

Dove si impara?

Non all’università, almeno in Italia, dove manca l’approccio diretto al materiale. Bisogna fare esperienza, pratica.

Che esperienza hai avuto nel campo della falegnameria?

Ho lavorato a Milano nella bottega del falegname Marco Lissoni. Faceva i classici mobili su misura e mi ha introdotto in questo mondo.

Quanto ami il legno?

Con il legno ho un rapporto di amore e odio. Il legno si muove, si piega, il massello non sta mai fermo ed è un incubo. Così, se non fai le cose a regola d’arte, rischi di realizzare un oggetto approssimativo che dopo pochi giorni non va più bene. Il legno è un materiale molto difficile da domare.

GM3, collezione Attraverso, design di Giacomo Moor, 0000. Foto: Delfino Sisto Legnani.

GM3, collezione Attraverso, design di Giacomo Moor, 2013. Foto: Delfino Sisto Legnani.

Scrive Richard Sennett: “Nel mondo moderno vigono due sistemi per stimolare la voglia di lavorare molto e bene. Uno è dato dall’imperativo morale di lavorare per il bene della comunità. L’altro fa appello alla competitività”. Ti ci ritrovi?

Noi lavoriamo molto e bene. Il nostro vantaggio è l’estrema specificità, siamo conosciuti perché sappiamo lavorare un materiale ben preciso: il legno. E quando si lavora bene, puntando alla qualità, si fa del bene alla comunità.

E la competitività?

Appartengo alla categoria di chi dice: “Amo il mio lavoro, ma bisogna correre”. Se ti capiterà di venire a trovarci capirai. Bisogna lavorare bene e produrre velocemente.

Qualche mese fa hai cambiato bottega. Parliamo del tuo nuovo laboratorio?

È molto più grande del precedente. Si trova dietro alla vecchia sede, in zona Loreto, vicino a via Padova.

Breccia, design di Giacomo Moor, 0000. Foto: Gionata Dellaca.

Breccia, design di Giacomo Moor, 2015. Foto: Gionata Dellaca.

Il falegname è uno di quei lavori che si tramandano spesso di padre in figlio. Che lavoro fa tuo padre?

Il medico. In effetti, il mio è stato un salto nel vuoto, se non altro perché ogni cacciavite che compro è il primo della serie. Devi acquistare tutto da zero.

Nel libro di Sennet si parla dell’importanza degli strumenti e della loro sacralità. Anche per te è così?

È il tipico atteggiamento di chi ha più generazioni alle spalle. Nel mio caso è tutto meno sacralizzato, ma certo gli strumenti più importanti non li butti via e continui a usarli nel tempo.

Che strumenti hai?

Per strumenti intendo soprattutto scalpelli e lime, attrezzi di dettaglio manuale. Poi ci sono le macchine che bisogna saper usare. In Brianza, tra i falegnami bravi, solo due su dieci hanno dieci dita. Il problema delle macchine è quando entri in confidenza con loro.

Parliamo dei tuoi progetti: c’è qualcosa che ti sta particolarmente a cuore?

La collezione Palafitte è la più complessa che abbia mai fatto, dal punto di vista del disegno, della storia e della tecnica.

Dove è nata l’ispirazione?

Ero in Brianza, da un mio fornitore, dovevo comprare delle lastre di noce per un cliente. C’erano per terra dei fogli di bambù. Abbiamo parlato del bambù, che di fatto non è un legno, ma una fibra vegetale. Mi sono venute in mente le palafitte, così alte e sottili, e a partire dalla fibra ho creato un mondo.

Kit del Legname, design di Giacomo Moor e Giordano Vigano per Fondazione Cologni, Living e yoox.com, 0000. Foto: Laila Pozzo.

Kit del Legname, design di Giacomo Moor e Giordano Viganò per Fondazione Cologni, Living e yoox.com, 2016. Foto: Laila Pozzo.

È dal materiale che nasce il design?

Non c’è una regola, quella volta è andata così. La collezione Metropolis, per esempio, è costituita da reticoli di ferro nero la cui scheletricità, dovuta al sistema modulare, si è imposta subito come idea progettuale.

Il design deve essere poetico?

A volte il design è questione di storia, una sorta di racconto. Quando fai edizioni per le gallerie hai la possibilità di costruire un racconto, mentre se progetti un pezzo per l’azienda devi rispettare altri vincoli.

Ne avevo parlato anche con Rossana Orlandi, la galleria può essere un ottimo punto di partenza.

La galleria mi dà la possibilità di disegnare un racconto, è un’occasione per sperimentare quello che ho in mente. Si tratta di un ottimo punto di partenza perché poi da lì possono nascere prodotti destinati al mercato industriale.

Giacomo Moor e Giordano Viganò. Foto: Laila Pozzo.

Giacomo Moor e Giordano Viganò. Foto: Laila Pozzo.

Progetti futuri?

Una nuova collezione per una galleria.

Con quale criterio selezioni i tuoi collaboratori?

I collaboratori sono fondamentali. Se siamo arrivati fin qui, per un 50 per cento è merito loro, e non è piaggeria. Io sono il più vecchio dello studio. Siamo tutti laureati, anche gli addetti alla produzione.

In che cosa?

Il responsabile della produzione, una macchina da guerra, è laureato in economia e viene da Brescia. Si è iscritto a un corso di falegnameria, a uno di restauro e poi è venuto da me. I primi due anni lavorava tutti i giorni fino alle sei, poi saliva sul treno per Brescia e andava a fare il corso di restauro. È gente con le idee chiare, che ha voglia di fare le cose per bene. Sai qual è il segreto?

No.

Circondarsi di gente capace e piena di voglia, di passione.

Dedalus, collezione Metropolis, design di Giacomo Moor, 0000. Foto: Max Rommel.

Dedalus, collezione Metropolis, design di Giacomo Moor, 2014. Foto: Max Rommel.

Questo fa la differenza?

Assolutamente sì. I designer più bravi scelgono i migliori collaboratori.

Di solito sono le aziende a chiederti prodotti, o sei tu a proporre loro qualcosa?

Sono le aziende a contattarmi. Non conosco nessuno che abbia iniziato bussando alla porta di un’azienda, proponendo un progetto poi entrato in produzione. Credo nelle sinergie, per cui un’azienda ti contatta, inizia un rapporto, si sviluppa un dialogo, tu prepari schizzi e idee, e alla fine arriva il prodotto. Non ha senso presentarsi a un’azienda con un oggetto fatto e finito.

Nel design ci sono nomi che vanno di moda, altri no. Nomi che non passano mai e altri che vengono bruciati. Cosa ne pensi?

Penso che se un designer offre prodotti solidi, con una forza di pensiero alle spalle, non passa di moda. Al design non fa bene la fretta. Il successo è la somma di tante cose ben fatte.

C’è stato un passaggio fondamentale per arrivare dove sei arrivato? Qualcosa che ha cambiato radicalmente la tua visione del progetto?

Ho fatto una prima collezione per Memphis, Attraverso, in cui ho indagato le travi: oggetti monumentali volutamente tozzi e pesanti, legati molto all’ebanisteria. Poi, con mia grande sorpresa, mi hanno commissionato anche la collezione dell’anno successivo e da lì, quasi per caso, è nata Metropolis. Così ho iniziato a “svuotare” i miei mobili, a capire che il legno poteva esserci anche senza essere pesante e sovrabbondante. A quel punto ho capito che era giusto cambiare linguaggio.

Babel, collezione Metropolis, design di Giacomo Moor, 0000. Foto: Max Rommel.

Babel, collezione Metropolis, design di Giacomo Moor, 2014. Foto: Max Rommel.

I maestri che hai avuto nella vita, a parte Beppe Finessi?

Paolo Ulian, non mi stancherò mai di ripeterlo. Lo conosco da un anno, ma lo ammiro da dieci, si muove fuori da ogni logica di mercato e per me è eccezionale.

Ti piace vivere a Milano?

Per come ho impostato la mia vita, non potrei vivere da nessun’altra parte. Trovo che per lavorare sia una città bellissima, per viverci meno.

Ci sono particolarità del tuo carattere che si ritrovano nel tuo lavoro?

La testardaggine.

Ti capita di sbagliare?

Sempre. Mi ricordo una cucina ad angolo, quattro o cinque anni fa. Non avevamo ancora il goniometro elettronico per misurare gli angoli e facevamo tutto con le dime, come una volta. Ho letto l’angolo complementare, e tutta la cucina fu prodotta su quell’angolo. Un errore enorme. Quando arrivi lì, tiri due bestemmie.

Come un falegname verace della Brianza.

Esattamente. Ma questo non lo scrivere.

21 grammi, design di Giacomo Moor, 2009.

21 grammi, design di Giacomo Moor, 2009.

A Zampa, design di Giacomo Moor, 2009.

A Zampa, design di Giacomo Moor, 2009.

Scrum, design di Giacomo Moor, 2012.

Scrum, design di Giacomo Moor, 2012.

95°, design di Giacomo Moor, 2013.

95°, design di Giacomo Moor, 2013.

Ironmine, design di Giacomo Moor, 2015. Foto: Iacopo Carapelli.

Ironmine, design di Giacomo Moor, 2015. Foto: Iacopo Carapelli.

Yukon, design di Giacomo Moor, 2013.

Yukon, design di Giacomo Moor, 2013.

The Iron Lady, design di Giacomo Moor, 2013.

The Iron Lady, design di Giacomo Moor, 2013.

Tucano, design di Giacomo Moor per Woodyzoody, 0000. Foto: Lea Anouchinsky.

Tucano, design di Giacomo Moor per Woodyzoody, 2016. Foto: Lea Anouchinsky.

Laboratorio Giacomo Moor

Laboratorio Giacomo Moor.

Laboratorio Giacomo Moor

Laboratorio Giacomo Moor.


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di design, architettura, donne, teatro, arte, costume, economia e città. Vive a Milano, di fianco a un mercato dell’usato, dopo aver vissuto a Shenzhen, in Cina, in un palazzo al 17° piano, vicino a un orto botanico (a Roma), sopra a una copisteria (a Parma), accanto a un negozio di vinili (a Londra) e su una barca (a Parigi). Sta programmando una fuga.


Lascia un commento