Chiara Alessi
La fine delle icone

8 giugno 2018

Chiara Alessi è una critica a cui piace riflettere sugli aspetti culturali del progetto, e con questo libro, Le caffettiere dei miei bisnonni. La fine delle icone nel design italiano, sembra volerci dire che il design può essere uno strumento molto sottile di analisi sociale: a volte basta saper osservare come utilizziamo o percepiamo gli oggetti di tutti i giorni per capire chi siamo. In questo caso, lo spunto viene dalla cronaca: l’incontro avvenuto a Roma, nel gennaio del 2016, tra l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi e il CEO di Apple, Tim Cook. In quell’occasione Renzi regala a Cook una versione contemporanea della moka Bialetti, come esempio di icona del design italiano. La moka venne ideata da Alfonso Bialetti nel 1933 e si perfezionò col tempo fino a diventare, grazie alle intuizioni del figlio Renato, a partire dagli anni Cinquanta, il prodotto di straordinario successo che tutti conosciamo (nota: al successo contribuì l’omino coi baffi, inventato dal fumettista Paul Campani e raffigurante Renato Bialetti, vero tormentone negli anni del Carosello).

Macchina da scrivere Valentine di Ettore Sottsass per Olivetti, 1969.

Macchina da scrivere Valentine di Ettore Sottsass per Olivetti, 1969.

L’autrice evidenzia prima di tutto un fatto: la moka Bialetti è riuscita a mantenere intatto il suo grado di iconicità anche nella sua edizione contemporanea, quella che Renzi ha donato a Tim Cook, nonostante le differenze che la separano dalla versione storica: il manico è stato ammorbidito e alzato; la valvola, originariamente in ottone, ora è in acciaio; le scanalature presenti nel pomello un tempo non c’erano, e il logo che una volta era sulla base oggi è in alto. Modifiche che rispecchiano l’evoluzione del gusto, della tecnologia e dei processi produttivi. La seconda evidenza, più cruciale, riguarda il fatto che come simbolo della creatività made in Italy sia stato scelto un oggetto la cui storia è iniziata più di ottant’anni fa, in un’altra epoca. L’aneddoto diventa così l’occasione per porsi una domanda fondamentale: perché il design italiano, oggi, non riesce a concepire nuove icone? Come mai non vediamo più spuntare nel nostro Paese prodotti come la moka, così radicali nella loro unicità e riconoscibilità, quotidiani e senza tempo, capaci di cambiare antropologicamente i gesti e i rituali delle persone?

Lampada Eclisse di Vico Magistretti per Artemide, 1967.

Lampada Eclisse di Vico Magistretti per Artemide, 1967.

“La risposta più immediata”, scrive Alessi, “ma pure scorretta, è la facile imputazione al fattore distanza: saremmo storicamente troppo vicini alla produzione materiale in cui siamo immersi per poterne definire l’iconicità”. È vero, il tempo “concorre a confermare l’iconicità di alcuni oggetti e a irrobustirla”, ma non serve “una specifica distanza storica per individuare le icone”. Infatti, “che l’iPhone sia un oggetto icona del design si può dire senza grandi dubbi e senza che sia passato molto tempo dalla sua comparsa sul mercato”. La risposta corretta alla domanda, secondo Alessi, è che “non tutti i tempi sono fatti per partorire icone”. La tesi generale – e il discorso non vale solo per l’Italia – è che siamo a tal punto intrappolati nella nostra epoca da non riuscire a prenderne le distanze, incapaci di stabilire quel distacco necessario a creare una prospettiva in grado di unire presente, passato e futuro. E in particolare, nel passaggio dalla civiltà merceologica a quella digitale, il design italiano non è riuscito a sostituire le grandi icone legate alle tipologie tradizionali (lampade, sedie, radio) “con nuove icone da tasca, da cassetto, da scrivania o da desktop”.

Poltrona Sacco di Gatti, Paolini e Teodoro per Zanotta, 1969.

Poltrona Sacco di Gatti, Paolini e Teodoro per Zanotta, 1969.

Oggi sono i brand iconici globali, da Apple a Netflix, a soddisfare i desideri e i bisogni di milioni di consumatori, con un limite però: i loro dispositivi sembrano ancorati a un eterno presente, lo rispecchiano, lo inseguono e lo anticipano, senza fissare una forma che superi la prova del tempo. Per cui, mentre il “design storico vive nel nostro presente, il nostro presente difficilmente sembra poter creare un’immagine credibile e stabile di futuro da trasmettere”. La società che è emersa Dopo gli anni zero, per citare un altro libro dell’autrice, è profondamente diversa da quella del secolo scorso. C’è qualcosa di kitsch nell’epoca in cui viviamo, e non nel senso del cattivo gusto: è una questione di emotività, cerchiamo esperienze fortemente estetizzanti, prodotti che sappiano dare appagamenti immediati (“Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore”, scriveva Milan Kundera). Secondo Chiara Alessi, “non è che non ci si appassioni più agli oggetti. Tutt’altro. Il presente senza futuro è un tempo di perenni desideri e soddisfazione dei desideri, ma senza la metabolizzazione necessaria per trasformare quei desideri o bisogni istantanei in un sentimento più complesso e maturo. Oggi più che mai funzionano quelle ‘cose’ che non necessariamente devono funzionare e durare, ma sanno dare delle emozioni, anche istantanee, forti”.

Lampada Arco dei fratelli Castiglioni per Flos, 1962.

Lampada Arco dei fratelli Castiglioni per Flos, 1962.

Questa nuova concezione degli oggetti non può che modificare in modo sostanziale sia il mondo della produzione sia il modo di raccontare e comunicare il design. Molto probabilmente, i nuovi musei del design o i nuovi libri di storia dovranno fare i conti con oggetti che hanno vissuto storie brevi e periodi specifici. Forse l’idea stessa di “museo” come contenitore di prodotti rappresentativi dovrà essere rimessa in discussione rispetto a come l’abbiamo sempre concepita. I bisnonni di Chiara hanno nomi importanti: sono Alfonso Bialetti e Giovanni Alessi, industriali che hanno ideato degli archetipi duraturi. I nuovi oggetti-icona, come l’iPhone, sono pensati per essere periodicamente riprogettati e sostituiti da nuovi modelli, sempre più irresistibili, potenti e innovativi. Forse è giunto il momento di ripensare il significato di iconicità su cui si è fondata gran parte della storia del design.

Egg chair di Arne Jacobsen per Fritz Hansen, 1958.

Egg chair di Arne Jacobsen per Fritz Hansen, 1958.

L’iPod, commercializzato da Apple nel 2001.

L’iPod, commercializzato da Apple nel 2001.

Lampada Tolomeo di Michele De Lucchi per Artemide, 1987.

Lampada Tolomeo di Michele De Lucchi per Artemide, 1987.

Lampada Tizio di Richard Sapper per Artemide, 1972.

Lampada Tizio di Richard Sapper per Artemide, 1972.

Caffettiera 9090 di Richard Sapper per Alessi, 1979.

Caffettiera 9090 di Richard Sapper per Alessi, 1979.

La moka, ideata da Alfonso Bialetti nel 1933.

La moka, ideata da Alfonso Bialetti nel 1933.

Posata multiuso Moscardino di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni per Pandora Design, 2000.

Posata multiuso Moscardino di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni per Pandora Design, 2000.

Poltrona Proust di Alessandro Mendini, 1978.

Poltrona Proust di Alessandro Mendini, 1978.

Cavatappi Anna G. di Alessandro Mendini per Alessi, 1994.

Cavatappi Anna G. di Alessandro Mendini per Alessi, 1994.

La Fiat 500 progettata da Dante Giacosa nel 1957.

La Fiat 500 progettata da Dante Giacosa nel 1957.

Radio Brionvega ts502, comunemente nota come Cubo, disegnata da Marco Zanuso e Richard Sapper nel 1963.

Radio Brionvega ts502, comunemente nota come Cubo, disegnata da Marco Zanuso e Richard Sapper nel 1963.

Libreria Carlton di Ettore Sottsass per Memphis, 1981.

Libreria Carlton di Ettore Sottsass per Memphis, 1981.

Interruttore rompitratta di Pier Giacomo e Achille Castiglioni per vlm, 1968.

Interruttore rompitratta di Pier Giacomo e Achille Castiglioni per VLM, 1968.

Il telefono Grillo di Marco Zanuso e Richard Sapper per Siemens, 1965.

Il telefono Grillo di Marco Zanuso e Richard Sapper per Siemens, 1965.

Lampada Falkland di Bruno Munari per Danese, 1964.

Lampada Falkland di Bruno Munari per Danese, 1964.

Rasoio elettrico Braun, progettato da Dieter Rams nel 1958.

Rasoio elettrico Braun, progettato da Dieter Rams nel 1958.

Spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck per Alessi, 1990.

Spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck per Alessi, 1990.


Tommaso Bovo

Nasce e studia a Venezia, ma vive e lavora a Firenze. Si occupa di grafica, new media e critica del design. È stato Art Director di diversi studi e collabora con varie aziende. Ha tenuto lezioni presso l’Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Architettura. È docente di Graphic Design e Metodologia del Progetto presso l’Istituto Europeo di Design – IED.


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