Barnaba Fornasetti
Il re degli artisti mondani

25 novembre 2014

Parafrasiamo Jep Gambardella. Barnaba Fornasetti non è semplicemente un artista mondano della piazza milanese: è il re degli artisti mondani. Non organizza solo le feste, ha anche il potere di farle trionfare. Classe 1950, figlio del pittore e decoratore milanese Piero Fornasetti, Barnaba è da sempre circondato da una grande bellezza colorata e multiforme. Dopo gli studi all’Accademia di Brera e prima di avviare la collaborazione con il padre, lavora con diversi designer, progetta riviste, fa il direttore creativo. Alla scomparsa di Piero, Barnaba assume la direzione dell’azienda di famiglia rinnovando la tradizione dell’atelier con nuovi prodotti e riedizioni di pregio. Il suo palmarès è fitto di collaborazioni e disegni per piastrelle, mobili, lampade, tessuti, senza dimenticare le tante mostre in giro per il mondo, gli showroom, i libri, la recente retrospettiva alla Triennale di Milano, e, infine, le feste. Anzi, la festa più celebre del Salone del Mobile, quella a cui tutti sperano di essere invitati: “Il successo delle mie serate è dovuto soprattutto a questo nostro tempo in cui nessuno è più capace di organizzare una festa. Il problema però è che anno dopo anno tutti se la aspettano, la festa di fine Salone. E io non sempre ho la voglia e la forza di farla”.

Mi spiega il segreto di una festa di successo in Italia?

È una pura questione di magia, come per il design. Un minimo di organizzazione è indispensabile, ma il successo di una festa dipende essenzialmente da una strana combinazione di fattori non precisabili né programmabili.

Baciamano entomologia, design di Nigel Coates e Barnaba Fornasetti, 2014.

Baciamano entomologia, design di Nigel Coates in collaborazione con Barnaba Fornasetti, 2014.

Solo magia quindi?

Mettiamoci anche il fatto che la organizzo durante il Salone del Mobile, e che è l’ultima festa della manifestazione, quando tutti ormai sono stufi dei party che mirano esclusivamente a propagandare un prodotto. Non voglio fare il santo, anch’io punto ad affermare il mio brand, se così vogliamo chiamarlo. Ma alla mia festa si viene per divertirsi, stare bene e mangiare cose buone. Punto.

Una domanda per chi non rientra nella rosa degli invitati. Com’è la festa?

Guardi, non ci tengo a parlare troppo di questa festa. Quest’anno sono arrivate oltre 700 persone e mi creda, non so più dove metterle. Tutti ne parlano, tutti vogliono esserci, e sono costretto a imporre il numero chiuso che è l’ultima cosa che vorrei fare. Ma la mia è una casa piccola, antica, non so che dire, mi toccherà cambiare mestiere.

Va bene, cambiamo discorso e parliamo del suo vero mestiere, il design. Che ne dice di partire dal senso del Salone del Mobile per Milano?

In realtà, vorrei iniziare in maniera provocatoria come ha fatto Enzo Mari nell’intervista che gli avete dedicato.

Non mi dica che anche lei è comunista.

No, ma mi piacerebbe che il design non fosse l’argomento principale di questa intervista. Comunque, per rispondere alla sua domanda: il Salone del Mobile ha certamente senso perché è l’unico momento in cui Milano diventa una città cosmopolita.

Ed Expo 2015, che inizia fra qualche mese?

Già oggi l’Expo è una prova sconsolante del malcontento italico che speriamo di scrollarci di dosso. Gli italiani hanno questo difetto gigantesco, nonostante la fantasia, la creatività, e i tanti pregi che altri non hanno.

Bozzetto di Barnaba Fornasetti per uno dei piatti della serie “Tema & Variazioni”, 2014.

Uno dei piatti della serie Tema & Variazioni, bozzetto di Barnaba Fornasetti, 2014.

La creatività si eredita in famiglia. Se non sono indiscreta, perché non ha avuto figli?

La mia è stata una scelta consapevole, per la sopravvivenza del pianeta. La terra ha una riserva limitata di prodotti sia alimentari sia energetici. Non sopporto che si continui a parlare di crescita, e per questo ho scelto di non riprodurmi e ho trovato delle mogli che erano d’accordo con me. Cosa aspettiamo a ribellarci nei confronti di chi, per ragioni economiche, continua a inquinare la politica e le altre forme di convivenza?

In che modo ci si ribella?

Ci sono vari modi, violenti e non violenti. Io sono pacifista, ma per la legittima difesa. Anche un buddista in caso di attacco deve potersi difendere.

In gioventù è stato un ribelle?

Ho capito presto che la violenza non porta da nessuna parte. Come tutti quelli della mia generazione, ho vissuto anni particolari. Durante una manifestazione del 1969 sono anche finito in galera per motivi politici.

Stava a destra o a sinistra?

A sinistra ovviamente, non potrei mai essere di destra.

Ma come si fa a essere di destra?

Oggi non ha più senso dire sono di destra o di sinistra, e tuttavia essere di sinistra è un dato esistenziale. Ormai si è acquisita una certa immagine, per cui la destra è legata alla corruzione o agli interessi economici. Dai seriamente, cosa c’è di bello a destra?

Non saprei. Cambiamo discorso e parliamo di qualcosa di bello. La retrospettiva – o come la chiama lei, la “retroprospettiva” – in Triennale Piero Fornasetti, 100 anni di follia pratica, curata da lei, ha avuto un successo incredibile. È finita mesi fa, ma se ne parla ancora.

Sì, è stato un evento pazzesco. Ho lottato molto affinché si facesse una mostra sull’opera di mio padre. Alla fine si è fatta in Triennale, nel centenario della nascita, ma per anni ho provato a convincere il Comune ad avviare il relativo iter burocratico. La mostra è stata proposta diverse volte a più amministrazioni, dalla giunta Moratti a quella Pisapia.

Su Piero Fornasetti sono state organizzate altre mostre in giro per il mondo, come quella al Victoria & Albert Museum di Londra. Quella in Triennale però aveva qualcosa di speciale.

La Triennale ci ha anche guadagnato, è stata una delle rare mostre economicamente in attivo pensate a Milano. Il prossimo marzo la portiamo a Parigi, al Musée Des Arts Décoratifs. È piaciuta a un pubblico trasversale: dal bambino di due anni a Gillo Dorfles, che di anni ne ha 104 ed è stato il primo visitatore della mostra.

Com’è stata ideata?

Ne parlavo da anni con Silvana Annicchiarico, direttrice del Triennale Design Museum. Non era scontato che fossi io il curatore, ma abbiamo convenuto che nessuno, meglio di me, poteva conoscere la storia di mio padre. Alla fine Silvana mi ha detto: “La mostra si fa, abbiamo i fondi”. I 37mila visitatori testimoniano di un successo straordinario, l’ultimo giorno c’erano tremila persone. E poi ovviamente festa anche lì.

Trumeau “litomatrice”, dalla serie “Litomatrice” di Barnaba Fornasetti. Pezzo unico. Legno rivestito di lastre di zinco applicate a mano.

Litomatrice, design di Barnaba Fornasetti, 2011.

Vede allora che è il re delle feste?

Una bella festa nel salone principale, riuscitissima, anche senza la classica ambientazione in casa mia.

Due parole sull’allestimento, perfetto per due artisti come lei e suo padre.

L’allestimento lo abbiamo prodotto noi come azienda, dovevamo stare sotto una certa cifra – meno di 40mila euro –, ma l’obiettivo era che tutto riuscisse perfettamente.

Come azienda ci avete guadagnato?

Il riscontro è stato enorme. Gli ordini sono aumentati in maniera esponenziale, tanto che non sappiamo più come farvi fronte. Per sfornare i nostri prodotti non basta acquistare un altro macchinario o assumere un’altra persona. Ci vogliono anni di tirocinio, piccoli segreti artigianali che nessuno svela con facilità.

Le dà fastidio parlare del rapporto con suo padre?

No, fastidio no. Ma è una domanda ricorrente, come per esempio il rapporto fra Piero Fornasetti e Gio Ponti. Quella è fissa.

Va bene, la saltiamo. Mi interessa invece il suo rapporto con la botanica, so che ha un giardino meraviglioso e che piante e fiori sono una sua costante fonte di ispirazione.

È una passione venuta con l’età. Avere un giardino è come usare una tavolozza, anche lì faccio del design usando forme e colori. Il bello è che si tratta di slow design. Non puoi piantare un seme e pretendere che fiorisca subito la piantina. Devi aspettare, è una scuola di pazienza.

Courtesy: Archivio Fornasetti.

Courtesy: Archivio Fornasetti.

Così riscopre ritmi più naturali.

Sì, il problema è proprio che abbiamo disimparato il ritmo della natura. L’essere umano punta alla massima velocità, ma genera solo perversione: ha creato una sorta di metastasi che sta divorando il pianeta. Si arrabatta oggi per rimediare agli errori che ha fatto ieri. Recentemente ho letto di un ragazzo che ha trovato un modo per eliminare la plastica dal mare: quello sì che è vero design.

Che fare, quindi?

Smettiamo di usare la plastica in maniera stupida, altrimenti è inutile poi mangiare cibi biologici.

Quando ha maturato questa consapevolezza?

Appartengo a una generazione che già negli anni Sessanta lottava per queste cose e veniva ridicolizzata. Governi e istituzioni hanno sviluppato una certa sensibilità ecologica solo negli anni Ottanta. Vogliamo parlare dei no global?

Parliamo dei no global.

Quanto sono stati maltrattati i no global! Che poi alla fine avevano ragione su tutto. Ma più che di problemi politici, si tratta di elementi fisiologici con i quali è indispensabile confrontarsi. Io comunque rimango ottimista.

Quali sono i segnali che la fanno ben sperare?

Per esempio, il fatto che molte aziende si accorgono che non conviene più andare in Cina e tornano a produrre qui, tramandando il know-how italiano prima che si perda definitivamente. Il mio direttore di produzione è senegalese, è arrivato in Italia che spazzava per terra. Ma aveva voglia di lavorare ed è riuscito a rubare i segreti dal suo predecessore pugliese.

C’è del buono in Italia, dunque.

Ci sono realtà importanti che dimostrano una crescita materiale e spirituale. Il punto è non realizzare solo prodotti di consumo: ne parlavamo già negli anni Sessanta, e ne scrivevano Herbert Marcuse e Pier Paolo Pasolini.

Cosa pensa delle nuove generazioni?

Poveracci, sono messi malissimo. Anche se a volte mi capita di confrontarmi con dei ragazzini che mi sorprendono e mi fanno sperare in un ritorno alla manualità, all’antico, al design. Poi però ci sono anche i rincoglioniti, gli omologati.

Lei oggi vive e lavora a Milano. Perché proprio qui e non altrove?

Perché ho trovato qui il mio lavoro. In realtà, c’è stato un momento in cui volevo comprare un castello a Larderello, in Toscana, dove ci sono i soffioni boraciferi. Era una casa colonica disegnata dall’architetto francese che aveva progettato la centrale geotermica dell’Enel. Avrei voluto lasciare a Milano solo il negozio e spostare lì tutto il resto, trasformando il castello in beauty farm, produzione, godimento totale.

Piero Fornasetti. Courtesy: Archivio Fornasetti.

Piero Fornasetti. Courtesy: Archivio Fornasetti.

E alla fine?

Alla fine Milano. La mia è una piccola azienda, all’esterno può sembrare gigantesca, ma ha un fatturato ridicolo anche se in costante, leggera crescita. I mezzi sono limitati, anche perché mio padre mi ha lasciato un mare di debiti. È stato un genio, ma dal punto di vista economico e finanziario era un disastro.

Mi parli di lui.

Era un creativo sognante ed egocentrico, aveva un carattere difficile, ma sapeva essere anche tenerissimo. Non accettava compromessi, e me lo ricordo che cacciava a male parole chi entrava nel negozio di Brera chiedendo i pezzi anni Cinquanta fatti con Gio Ponti. La sua classica risposta era: “Andate via, siete delle merde, siete dei corrotti, avete rovinato Brera”. Ma per questo ha pagato il suo prezzo.

Anche con lei litigava?

Sì, infatti ho cominciato a lavorare con lui quando ormai era anziano e si era addolcito.

Quando lei era giovane com’era suo padre?

Non era di sinistra, gli piaceva Prezzolini, comprava Il Borghese, amava Montanelli che per me era il nemico numero uno. Quando fui arrestato ebbe un attimo di perplessità. Non gli sembrava possibile che io avessi picchiato settanta agenti, o tirato pietre e bombe. Fu lì che iniziò a diffidare delle forze dell’ordine. Poi finì per andare in Statale a parlare con i ragazzi, era in prima linea.

Un rapporto conflittuale?

Quando ero piccolo pensava di temprarmi il carattere con un’educazione molto dura. Ma avere un’istitutrice non è servito a nulla, perché sono diventato un ribelle a prescindere.

E suo padre era un ribelle, a modo suo?

Era antifascista, non sopportava certe assurde manifestazioni del regime, verso la fine della guerra scappò addirittura in Svizzera. Sotto i bombardamenti, comunque, aveva adocchiato cose interessanti: mentre gli altri cercavano il cibo, lui cercava oggetti da collezione nelle case antiche.

Cosa adocchiava?

Quando mi parlava dei bombardamenti, gli venivano in mente lampadari e camini di pietra. Amava quelle cose nate da un antico sapere.

Torniamo sempre lì, bisognerebbe recuperare la conoscenza artigianale.

Oggi nessuno ha più voglia di sporcarsi le mani.

Le interviste servono per trovare soluzioni, mi dia un paio di soluzioni.

Bisogna convincere i giovani che vale la pena recuperare certe abilità. E poi allontanare l’ignoranza e la politica del terrore.

Un’ultima cosa: come fare per essere invitati alla festa del prossimo anno?

Non so se la faccio, forse pioverà.

Deve farla, è una tradizione. 

In azienda siamo in una fase difficile, dopo mio padre e dopo di me non ci sarà una terza generazione. Spero di avere più tempo da dedicare a quello che mi piace fare. Mi creda, il vero lusso è il tempo. Ne parliamo la prossima volta, alla festa magari.

Barnaba Fornasetti nel suo showroom di corso Matteotti per la presentazione della collezione “frutto del peccato” durante il fuorisalone 2013.

Barnaba Fornasetti nel suo showroom di corso Matteotti per la presentazione della collezione Frutto del peccato durante il Fuorisalone 2013.

Barnaba Fornasetti, tappeto “High Fidelity”. Lana e seta annodate a mano.

High Fidelity, design di Barnaba Fornasetti, 2007.

Barnaba Fornasetti, Cabinet “Kiss”. Legno. Stampato, laccato e dipinto a mano. Realizzato in edizione limitata.

Zebra, design di Barnaba Fornasetti, 2003.

Silviasub, design di Barnaba Fornasetti, 2014.

Silviasub, design di Barnaba Fornasetti, 2014.

Fornasetti, Sgabello “egocentrismo”. Legno. Stampato e laccato a mano.

Egocentrismo, design di Barnaba Fornasetti, 2005.

Piero Fornasetti, Cabinet “Kiss”. Legno. Stampato, laccato e dipinto a mano. Realizzato in edizione limitata.

Kiss, design di Barnaba Fornasetti, 2006.

Ritratto di Piero e Barnaba Fornasetti. Foto di Giovanni Gastel e Ugo Mulas.

Barnaba Fornasetti. Foto: Giovanni Gastel e Ugo Mulas.


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di design, architettura, donne, teatro, arte, costume, economia e città. Vive a Milano, di fianco a un mercato dell’usato, dopo aver vissuto a Shenzhen, in Cina, in un palazzo al 17° piano, vicino a un orto botanico (a Roma), sopra a una copisteria (a Parma), accanto a un negozio di vinili (a Londra) e su una barca (a Parigi). Sta programmando una fuga.


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