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Unica immagine indelebile, a qualche giorno dalla chiusura delle sfilate maschili, è la sfilata di Prada. È stata ancora una volta lei, Miuccia, la “signora” della moda italiana, a meritarsi il titolo di “prima della classe”. Mrs. Prada, riconosciuta anticipatrice di tendenze e acclamata visionaria dello stile, si è confermata anche come la più smart nel calamitare i riflettori mediatici di tutto il mondo. Più di una settimana fa, dalle pagine (intere) dei quotidiani nazionali si è levato un plauso generale per la regia della sfilata milanese firmata Prada, dove a far da protagonista era un cast eccezionale di grandi star del cinema, chiamate a interpretare la parodia del potere maschile. Sulla passerella hanno sfilato gli ultracinquantenni Gary Oldman, Willem Dafoe, Tim Roth e gli attori più giovani: Garret Hedlund, Jamie Bell, Emile Hirsh, i gemelli francesi Alexandre & Victor Carril e il premio Oscar Adrien Brody. Nove nomi dello star system internazionale, per i quali Miuccia pare abbia sborsato un milione e duecentomila euro. “Una cifretta”, dicono gli esperti di cachet, se si considera, tra l’altro, l’eccezionale risultato mediatico ottenuto. Sorge però legittima una domanda: perché, invece di dare risalto innanzitutto ai suoi bellissimi abiti, Miuccia ha spostato l’obiettivo sui “testimonial”, di cui gli stilisti ultimamente sembrano non poter più fare a meno? Siamo sicuri che il magnetismo dei divi sia ciò di cui ha più bisogno la moda, soprattutto in questo momento?
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The only indelible image, a few days after the close of men’s fashion week, is the one left by the show staged by Prada. Once again it was Miuccia, the “mistress” of Italian fashion, who earned the title of “top of the class.” Mrs. Prada, acknowledged trendsetter and acclaimed visionary of style, has also proved herself to be the most skillful at attracting the spotlights of the world’s media. Over a week ago, a general chorus of approval rose from the (full) pages of the country’s newspapers for the direction of Prada’s fashion show in Milan, where the leading role was played by an exceptional cast of great movie stars, called on to present a caricature of male power. Down the catwalk paraded Gary Oldman, Willem Dafoe and Tim Roth, all of them over fifty, and the younger actors Garret Hedlund, Jamie Bell, Emile Hirsh, the French twins Alexandre and Victor Carril and the Oscar winner Adrien Brody. Nine big names of the international star system, for whom Miuccia is said to have forked out one million two hundred thousand euros. “A trifle,” say the experts on fees, if you consider, among other things, the exceptional media impact achieved. But a legitimate question comes to mind: why, instead of giving prominence to her beautiful clothes, did Miuccia shift the focus onto the “testimonials” which fashion designers of late seem unable to do without? Are we sure that the magnetism of stars is what the fashion industry needs most, especially at this moment?
Rosa Tessa








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Forse Miuccia non è più tanto convinta di quello che fa…
Comment by Elena — gennaio 29, 2012 @ 3:06 pm
Ritengo che la sfilata sia magnifica, aprrovo la scelta di far sfilare personaggi che incarnano un certo tipo di charme, iconici e che bene incarnano un archetipo maschile dandy che é il mood della sfilata.
Peraltro l’ uso di personaggi che appartengono ad altri scenari è una pratica invalsa che mi fa pensare al lookbok di Fabio Quaranta della collezione primavera/estate 2012 che ha quale protagonista personaggi che appartengono al circuito underground quali David Tibet e creatiivi quali Reinhard Plank, sicchè non sono né basita né perplessa.
Quanto alla questione di elevare la creatività ed il suo prodotto mediante una forte opera di comunicazione – leitmotiv della contemporaneità -, senza considerare il concept, l’etica che supporta una vibrante estetica, ciò fa sorgere la problematica relativa a cosa è fashion, un tema che coinvolge la semiotica della moda come anche questioni socio-culturali ed economiche.
La bontà di un prodotto non è identificabile con la persuasività di un, una testimonial, ma con l’ aderenza a un concept ed alla qualità che in esso racchiude.
Un brillante opera di comunicazione di moda e Prada, pur avendo rinnegato il concept con il quale nasce nelle vesti di marchio di abbigliamento ovvero un sofisticato minimalismo, talmente unico da far coniare il lemma negli ambienti del mondo della moda ” pradismo”. Negli anni però il concept é mutato con un sofisticato, lusso, frutto di una raffinata ricerca, ma supportato da una incisiva opera di comunicazione che riesce ogni sei mesi a inventare una storia nuova, emozionalmente e concretamente mediante gli abiti stessi, in cui sii sovrappongono suggestioni di ieri e techiche contemporanee e l’ unico leitmotiv del brand é la parola “lusso, sofisticata eleganza”, ma non é un concept.
Prada però ci riesce e lo fa bene, altri casi di rinnegamento di un concept, non altrettanto, sicchè hanno oscurato il loro predotto e nel contempo hanno aperto la strada ad altre vie, altri settori ed altri mercati, per diversificare e potenziare la presenza del loro nome sul mercato.
Pertanto é facile e approssimativo demonizzare, condannare o esaltare un brand a dispetto o detrimento di altri, nonchè fuorviante, ove non si consideri altre ragioni sottese alla modalità della comunicazione contemporanea, al sistema moda, la cultura e le ragioni del mercato( che sovente – soprattutto oggi – presiedono e informano, talvolta ingabbiando le vie della creatività).
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Comment by Nunzia — febbraio 11, 2012 @ 12:26 pm
Nunzia, non si tratta di demonizzare o condannare Prada, ma solo di constatare come sempre più spesso, anche marchi top, cedano alla tentazione del “testimonial”.
Cosa intendo dire? Che Miuccia Prada, con tutti bravi collaboratori di cui si serve, come ha dimostrato di saper fare in passato, non ha bisogno di ricorrere a “facce note” del Grande Schermo per aggiungere fascino e medianicità alle sue sfilate. Quello dei “testimonial” è un modello anacronistico di comunicazione che era tanto in voga negli scorsi decenni.
Apro parentesi: è una modalità che viene contestata anche alla pubblicità che, in Italia, fa un uso smodato dei testimonial per nascondere la mancanza di nuove idee.
Ritorno alla moda: dunque, i testimonial lasciamoli usare ai marchi che non hanno forza nel prodotto e nella comunicazione. E non mi sembra proprio il caso di Prada…
Comment by Rosa Tessa — febbraio 12, 2012 @ 2:57 pm