Rossana Orlandi
“Mi piacciono i burberi”

26 novembre 2015

Quella mattina di inizio aprile, nello Spazio Rossana Orlandi, c’erano solo pochi visitatori. Un tipo un po’ particolare che stava sulle sue, in disparte. Due signore sulla cinquantina, che gesticolavano con borse alla mano, una a destra e una a sinistra. Infine una stylist eccentrica, che gironzolava negli spazi al piano di sopra. “Chi ha commesso il furto?”, si chiede divertita Rossana Orlandi, seduta nel suo studio mentre si accende una sigaretta. “Non ho mai saputo chi abbia rubato il prototipo dei miei famosi occhiali, che erano esposti in una vetrinetta. Comunque, su proposta di Jacques Durand li abbiamo messi in produzione quest’anno per il Salone del Mobile”. Si interroga, la divina commissaria del design, in un comodissimo e insolito paio di sneakers e dietro a quei grossi occhiali bianchi, diventati icona di stile. Nata a Cassano Magnago un po’ di anni fa, Rossana Orlandi parte dalla moda, diplomandosi all’Istituto Marangoni e collaborando con i maggiori fashion designer. Crea filati per Kenzo, Issey Miyake, Donna Karan, Giorgio Armani, di cui diventa anche consulente, quindi debutta con una sua linea di maglieria. Nel 2002 trasforma una vecchia fabbrica di cravatte in via Bandello 14 a Milano nel regno del design, vivaio di talenti con tanto di ristorante e pergolato di vite con profumo di mosto.

Spazio Rossana Orlandi

Spazio Rossana Orlandi (entrata), 2015. Foto: Tatiana Uzlova.

Cosa si nasconde dietro i suoi occhiali, mitici, imitati, rubati?

I miei occhi, sempre che li ritrovi: una volta molto belli, oggi non più. Quanto agli occhiali, ho deciso di metterli in produzione perché continuavano a fermarmi per chiedermi dove comprarli.

Being Rossana Orlandi. Ma non è gelosa?

Per niente. La gelosia è proprio uno dei difetti che non ho. Ne ho molti altri, ma non quello.

I difetti di Rossana Orlandi, un buon modo per iniziare un’intervista.

Eh, (ride) inenarrabili, tantissimi.

Almeno uno.

Ho un caratteraccio, e credo proprio che mi accompagni dalla nascita.

Qualità?

Sono generosa, non ho invidie o gelosie, sono molto curiosa e piena d’energia. Mi stupisco sempre quando la gente dice che è stanca. E la gente a sua volta si stupisce quando vede che una mia mail è arrivata alle 3 di notte o alle 6 del mattino. Ma ho un grande vantaggio.

Quale?

Posso addormentarmi a tavola, chiudo gli occhi, mi metto nella posizione in cui le mani reggono il viso: se non mi cede un braccio, sembro sveglia. E in questo gli occhiali aiutano.

Mai stata beccata?

Una volta, con Piet Hein Eek, designer chiacchierone che quando parla ci mette molto fervore e non molla mai. Non ce la facevo più, sono crollata, e ahimè mi è cascato un braccio. Un altro mio gravissimo difetto è che, da sempre, non ricordo i nomi.

Rossana Orlanda e Brad Pitt

Rossana Orlandi e Brad Pitt. Design Miami, Basel, 2009. Foto: James Harris.

I nomi difficili?

Tutti. Ho imparato il nome di mio marito sei mesi dopo il matrimonio. Non è per cattiva volontà o, come dicono oggi, per l’età. Da sempre ricordo ogni sorta di dettagli e aneddoti, ma non i nomi. I miei collaboratori li chiamo spesso con il nome del cane, e mi capita anche di sbagliare i nomi dei miei nipoti.

Parliamo della galleria, so che volete creare una piattaforma di e-commerce per lo Spazio Rossana Orlandi.

I negozi sono destinati a sparire, ne sono convinta, devono trovare una nuova forma di presentazione. Ormai il mondo è talmente in movimento, veloce e senza frontiere, che non si può più confinare l’attività in uno spazio chiuso. E poi i negozi tradizionali hanno una gestione complicata e costosa, forse resteranno solo i monomarca.

Beh, non tutti moriranno, forse qualcuno riuscirà a sopravvivere.

Ovviamente, non penso di chiudere la galleria. Piuttosto, le affiancherò un e-shop Rossana Orlandi.

Quali oggetti avranno successo?

Purtroppo non ho la bacchetta magica, è molto difficile fare previsioni perché ci sono pezzi che hanno un riscontro immediato, altri che stanno fermi anche a lungo. Le faccio l’esempio di un piccolo articolo, un delizioso uccellino giapponese con un sensore che lo faceva cinguettare. Lo avevo da tempo, ma improvvisamente è andato a ruba durante un’edizione della mostra Tabula Rara, un successo veramente esplosivo. Pensi che a comprarlo sono stati soprattutto gli studi di psicologia, pare che l’uccellino abbia un incredibile effetto placebo.

C’è un oggetto che tiene da sempre in galleria?

Ce ne sono tanti, può succedere che un pezzo venga pubblicato su qualche rivista e venduto poco dopo. Precediamo le mode, molto spesso anticipiamo i tempi, che maturano a distanza anche di uno o due anni. Come per le creazioni dei due designer dello Studio Formafantasma, Andrea Trimarchi e Simone Farresin.

Come li ha conosciuti?

Li abbiamo scoperti tanti anni fa, furono i primi a candidarsi al Master della Design Academy di Eindhoven non come singoli, ma come duo. Ricordo che ci avevano presentato dei vasi, le bellissime teste di moro di ceramica (Moulding Tradition, nda). Poi è stata la volta di Autarchy, un progetto fantastico che partiva dal folklore siciliano sul pane. Alla presentazione abbiamo avuto una visita di Enzo Mari, che ovviamente ha liquidato tutto in modo feroce e sbrigativo, per cui ogni cosa è spazzatura. Poi però ha visto il lavoro di Formafantasma ed è impazzito, ma non l’ha dato a vedere subito. Andrea intanto era scappato, Simone coraggiosamente era rimasto a sentire il discorsone ed ecco, sul finale, la sorpresa: “Se continuerete su questa strada, venitemi a chiamare”.

Smoke Desk, design di/by Maarten Baas. Fragile fingers design di/by Marcel Wanders. Sculpt black Chair design di/by Maarten Baas. Photo: Tatiana Uzlova. 2015.

Smoke Desk, design di Maarten Baas. Fragile fingers design di Marcel Wanders. Sculpt black Chair design di Maarten Baas. Foto: Tatiana Uzlova. 2015.

Enzo Mari, si sa, è un burbero buono e barbuto.

A me piacciono molto i burberi, perché spesso nascondono grande spessore. Che dire, abbiamo dei grandi maestri.

Altri?

Ettore Sottsass, per esempio. Creativo, straordinario, persona meravigliosa. Da Sottsass sono nati tantissimi designer e architetti, è stato di una generosità impressionante, e mi domando perché Milano non gli dedichi una mostra a Palazzo Reale. Eppure abbiamo tanto materiale, tanti collezionisti, sarebbe fantastico rendere omaggio a un uomo che ha dato tanto a tanti. Giuro, quando vedo alcuni suoi pezzi inediti impazzisco.

Sottsass consigliava ai giovani di dimenticare il design industriale, lasciar perdere gli imprenditori e disegnare per le gallerie.

Condivido in toto, perché il primo passaggio deve essere questo, poi un prodotto può essere commercializzato. Ed è quello che facciamo noi: scopriamo talenti con l’auspicio che possano avviare mini-produzioni. D’altronde, io ho anche un’indole democratica, per esempio ho grande ammirazione per l’Ikea.

Perché?

È stata la prima azienda a fare un prodotto alla portata di tutti. Sopra ho due sedie stupende disegnate da Verner Panton, una prodotta da Thonet e l’altra da Ikea. Mi fa piacere che stiano puntando sui giovani designer, tra l’altro una loro delegazione è venuta a trovarci qui in galleria.

Ma non vengono solo dal Nord Europa. So che ogni anno ospita un gruppo di studenti dalla Cina. Cosa pensa dei cinesi?

Li ammiro, ma allo stesso tempo li temo perché sono i re della copia. Hanno delle belle teste e quando sono bravi lo sono in maniera eccellente. Però vengo dalla moda e ho assistito alla chiusura di moltissimi impianti che hanno trasferito la produzione in Cina. Per questo dico che li temo e rappresentano un grandissimo danno per l’economia europea.

In che modo ha applicato l’esperienza della moda al design?

Lavorando per le filature bisogna fare le tendenze, i filati, i colori. Da lì ho preso i miei occhi grandi, lo sguardo sempre aperto. Naturalmente, nelle mie ricerche tra i punti di riferimento c’è sempre stata la strada, in particolare quella di Londra, che era il massimo. Ma a parte la strada contava anche la storia sociale e politica, e ovviamente il design, che è sempre stato una grande fonte di ispirazione.

Spazio Rossana Orlandi

Spazio Rossana Orlandi. Foto: Marco Tabasso.

Ecco la domanda contenitore. Cos’è il design?

Difficile dirlo, a parte il piacere, la sorpresa, il gusto, è sempre anche una questione di emozione. Per me un pezzo di design è fonte di emozione e scoperta, come avvertire il passaggio da forme mobili a forme rigide. Prima, per esempio, non c’era tutto questo nero, si prediligeva il colore e il decoro, e quando poi è arrivato Ettore con i suoi laminati è stato un trionfo.

Perché oggi si preferisce il nero?

Perché è comodo, è pratico. Per quanto mi riguarda, bianco d’estate e d’inverno, tutti i colori d’autunno.

A proposito, so che le piacciono i giardini.

In gioventù ero in dubbio se fare la stilista o la fiorista. Ma i fiori muoiono in fretta, mi davano tristezza, quindi scelsi la Marangoni.

I fiori muoiono, ma poi rifioriscono. 

Sì, ma intanto muoiono. Adoro le peonie, ne ho una piantagione strepitosa in campagna dove mi piace affogare le mani nella terra.

Come si coltivano buone peonie? 

Un buon terreno, innanzitutto. I primi anni non sapevo bene come fare, era un grande problema perché a ogni acquazzone le peonie si aprivano e si distruggevano. Un giorno, al mercato, una vecchietta mi ha detto: “Io a ogni pianta metto un ombrello”. È stata dolcissima.

Quindi anche lei ora mette gli ombrelli? 

Non ci penso nemmeno. Ora raccolgo i boccioli e non si rovinano. Un altro problema è che oggi le piante vengono potate malissimo.

Facciamo una petizione contro i giardinieri macellai.

Ho avuto un grande maestro, il paesaggista Ermanno Casasco, che mi ha insegnato a potare le piante al punto da non farlo notare. Una buona potatura rispetta la forma e l’evoluzione della pianta, evitando tagli brutali. E così la pianta continua ad avere la sua personalità.

Qual è la personalità della peonia?

Le peonie hanno colori straordinari e forme meravigliose, sono un’esplosione di vita.

Quindi Rossana Orlandi si rilassa con il giardinaggio e i nipoti. 

No, per rilassarmi guardo il cielo.

Spazio Rossana Orlandi

Peonie, Spazio Rossana Orlandi, 2015. Foto: Tatiana Uzlova.

A ottobre è stata a Eindhoven, alla Dutch Design Week. Com’è la città?

È un pozzo di scoperte, è la nostra storia e il nostro inizio. Prima era una città tristissima, grigia, orribile, con un aeroporto scalcinato. In dieci anni è diventata bellissima, hanno ristrutturato moltissimi stabilimenti con gusto, semplicità e funzionalità. Dalla Design Academy, soprattutto negli anni in cui era presieduta da Li Edelkoort, donna che parla con estrema saggezza del presente, del passato e del futuro, sono nati tantissimi giovani designer.

Cosa si intende per giovane designer? In Italia la definizione va dai 20 ai 50 anni.

È vero, purtroppo ci sono i pensionati che si scoprono designer e lì è l’inizio della tragedia. Quando ho creato questo spazio mi sono detta: “Sono in Italia e voglio lavorare con i designer italiani, questa galleria deve essere il centro per il design in Italia”. Ma è solo da un paio d’anni che ho designer italiani.

Qual era il problema? 

Le madri. I designer che vengono accompagnati dalle madri non li prendo per principio. Ho litigato con donne iperprotettive che non sopportano che i pezzi dei loro figli non siano in pole position. Non sono tutti così, ma per noi è stato più facile collaborare con italiani che hanno studiato all’estero, vedi i Formafantasma e Gionata Gatto.

C’è qualche nuovo talento?

Non voglio fare nomi. Perché poi o li dici tutti, o si offendono.

Al piano terra ho visto un progetto che mi ha colpita. Another View, una finestra recuperata a Istanbul che incastona una proiezione, totalmente personalizzabile, di giorni e vedute per chi non ha nulla da vedere o è stufo di guardare sempre le solite cose. Un domani condivideremo gli stessi orizzonti?

Quel progetto è stato disegnato da Marco Tabasso, il mio braccio destro, che l’ha definito design nomade. Non sono intervenuta, non lo faccio mai. Quando mi ha parlato del progetto gli ho detto: “Fantastico, ci credi? Fallo!”.

 Anotherview. Spazio Rossana Orlandi, Fuorisalone 2015. Photo: Taiana Uzlova.

Anotherview, Spazio Rossana Orlandi, Fuorisalone 2015. Foto: Taiana Uzlova.

A bruciapelo, cosa vorrebbe per il dopo Pisapia? 

No comment. Però mi è piaciuto moltissimo l’Expo e devo dire chapeau al commissario Giuseppe Sala, ha gestito benissimo ogni cosa, è stato straordinario. Expo ha reso a Milano un’altra anima, le ha dato internazionalità e nuove energie. Un grazie di cuore a Prada per la Fondazione e anche al Ristorante Terrazza Triennale. Mi spiace però che i sei mesi siano finiti, un po’ come con i fiori.

Le cose belle finiscono sempre.

Rossana Orlandi e Maarten Baas.

Rossana Orlandi e Maarten Baas, Porto Cervo, 2009. Foto: Tatiana Uzlova.

Rossana Orlandi al Padiglione del Bahrain, Expo 2015. Foto: Marco Tabasso.

Rossana Orlandi al Padiglione del Bahrain, Expo 2015. Foto: Marco Tabasso.

Rossana Orlandi e Nata da Rooms, London Design Week, 2015, Londra. Foto: Marco Tabasco.

Rossana Orlandi e Nata da Rooms, London Design Week, 2015, Londra. Foto: Marco Tabasco.

Rossana Orlandi, Atelier Andre Amaro, 2015. Foto: Tatiana Uzlova.

Rossana Orlandi, Atelier Andre Amaro, 2015. Foto: Tatiana Uzlova.

Mexico, design di Hillsideout, prodotto da Hermelin, Rossana Orlandi Gallery. 2015. Foto: Marco Tabasso.

Mexico, design di Hillsideout, prodotto da Hermelin, Rossana Orlandi Gallery. 2015. Foto: Marco Tabasso.


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di design, architettura, donne, teatro, arte, costume, economia e città. Vive a Milano, di fianco a un mercato dell’usato, dopo aver vissuto a Shenzhen, in Cina, in un palazzo al 17° piano, vicino a un orto botanico (a Roma), sopra a una copisteria (a Parma), accanto a un negozio di vinili (a Londra) e su una barca (a Parigi). Sta programmando una fuga.


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