Lady Tarin
“L’erotismo è appartenenza”

10 giugno 2014

Allo specchio, qualcuna si raccoglie i capelli, qualcun’altra si sfiora le labbra. Poi ci sono quelle che si toccano i capezzoli o che si sfilano, piano piano, le mutandine. Una si scruta i peli scuri nascosti fra le cosce, un’altra, di schiena, odora d’ormoni e seduce se stessa. Se i fotografi in genere si limitano a mostrare le donne, Lady Tarin ti fa venire, inevitabilmente, voglia.

La giovane artista romagnola con una formazione da sempre legata all’immagine – dal liceo artistico all’Accademia di Belle Arti di Bologna – oggi vive a Milano, dove lavora per grandi brand della moda e riviste, e cura progetti personali, come quello sul nudo femminile. Alcuni di questi scatti sono presenti anche nelle edizioni n. 3 e n. 4 del libro d’arte Le Dictateur, rispettivamente per la Tate Modern e per il Palais de Tokyo.

Una fuoriclasse, questa Lady Tarin. Molto precisa, elegantemente punk, mostra un pallore lunare su cui spiccano i dettagli rossi – unghie e rossetto. Pratica scherma storica – spada a due mani e spada da lato – di cui racconta: “Ho iniziato perché avevo bisogno di più creatività e più disciplina. La scherma storica è perfetta, perché è come danzare con la spada”. Sul comodino ha Please Kill Me: The Uncensored Oral History of Punk, e alla domanda sulla sua prima macchina fotografica risponde: “Una Polaroid. Continuo a lavorare con la tecnica analogica, soprattutto per il lavoro di ricerca personale, perché riesce a mantenere la consistenza della pelle e la profondità dello spazio. Si tratta di una tecnica più silenziosa, che mi permette di essere più vicina al soggetto che incontro. La pellicola avvicina, in questo senso è erotica”.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Carlotta.

Per questo le tue fotografie fanno venir voglia di fare l’amore. Partiamo da qui, Lady Tarin?

Sono molto contenta quando me lo dicono, credo dipenda dal fatto che in quanto donna conosco bene le donne, e lo scatto ne guadagna. Si crea una maggiore complicità. Di fronte a un uomo tendiamo a essere più costruite, siamo state educate a farci preda, cerchiamo il suo compiacimento. L’uomo di conseguenza recita la parte del dominatore e l’immaginario che ne scaturisce è il solito piccolo schema ripetuto mille volte. Questa pantomima genera una rappresentazione falsata della donna, piena di stereotipi, e tutto ciò che vediamo è un corpo senza vita.

Sei consapevole che le tue fotografie hanno il potere di eccitare?

Credo che funzionino perché piacciono alle donne, pur essendo rivolte anche agli uomini. Siamo in relazione, non in opposizione. Una donna conosce l’intimo di un’altra donna e riesce a coglierlo, mentre l’uomo non ne riconosce la complessità. Tende a prendere senza elaborare, con un pragmatismo che può essere utile negli ambienti professionali, ma è pericoloso se rivolto alla rappresentazione della donna.

E quale sarebbe quindi l’intento dell’uomo? 

È come se il fine non fosse mai l’immagine, ma una necessità esterna, di status sociale rispetto ad altri uomini. Per questo è irresponsabile, per una donna, riflettersi e apprendersi attraverso le immagini maschili. Il soggetto è lontano e non è mai protagonista, motivo per cui si tratta di immagini antierotiche.

Cosa intendi per erotico?

L’erotismo è forza vitale, è appartenenza. Una donna che emana erotismo è una donna che si appartiene.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin per PIG magazine.

Come riesci a trasmettere questa sensazione di appartenenza con la fotografia?

Scattando le donne come sono realmente, senza pretendere che incarnino qualcosa di specifico. Mostrandole di fronte allo specchio che le riflette, senza giudicarle. Osservandole mentre si riconoscono: almeno in quel momento, non desiderano essere qualcosa di diverso. Far recitare una parte è uno sbaglio, e non funziona in termini di erotismo.

C’è una fotografia, magari di quando eri piccola, che ti è rimasta particolarmente impressa?

Una foto di mia madre al mare quando aveva sedici anni. Il fotografo di Rimini aveva costruito un set esotico: palme, un pappagallo, un grande bongo, una capanna di paglia in spiaggia, dove ci si agghindava con collane, gonne hawaiane e fiori. Allora sembrava naturale farsi fotografare una volta all’anno nello studio estivo del fotografo. Oggi, invece, mi rendo conto di quanto fosse surreale, un po’ come la Romagna.

Com’è la Romagna, quella dove sei nata, hai studiato e vissuto?

La Romagna è una delle regioni meno maschiliste d’Italia. Le donne sono più libere, lavorano, sono molto intraprendenti e si sente meno l’influenza della Chiesa. La Romagna è folle come architettura, è abbastanza delirante come luogo, e si incarna perfettamente nel fotografo che ha immortalato mia madre. Mi sembra di vederlo che mette la capanna con le palme, aggiunge il pappagallo, sistema la casetta e fa indossare la gonna hawaiana.

Libere, lavoratrici, in posa, folli o meno. Esistono diverse tipologie di donna?

No, ma tante tipologie si possono ritrovare nella stessa donna. Non esiste la donna pura o impura, le sfumature sono tante e la realtà è più complessa di queste definizioni. Come donne, viviamo continui conflitti perché ci ritroviamo in una situazione di svantaggio sin dalla nascita.

Quando hai maturato questa riflessione?

Fin da bambina, osservando la diversità umana, mi sono resa conto che le persone più felici sono quelle realizzate, che hanno dimostrato di saper fare, che hanno lottato. Oggi le donne possono studiare, lavorare, potremmo addirittura definirle libere. Ma è solo apparenza. È come se le donne fossero ancora in cattività, senza prospettive o con le stesse prospettive che avevano le nostre nonne.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Claudia.

Ritieni che sia una questione sociale?

È innanzitutto un problema di educazione, come per le immagini. Fin da bambine è come se ci abituassero a un mondo fittizio. Iniziamo un percorso di passività che ci porta, assuefatte, ai margini della società. Ma la responsabilità di uscire da questa condizione appartiene alla donna, che con consapevolezza decide di riappropriarsi di se stessa.

Come ti comporti con le altre donne?

Preferirei lo dicessero le ragazze con cui lavoro. Ma penso di essere gentile, non forzo le persone e arrivo allo scatto lentamente, con loro.

Ecco, lo scatto. Te ne accorgi quando lo trovi, ne sei consapevole?

So quando arriva, è un aspetto fondamentale del mio mestiere. Se non te ne rendi conto, non sei un fotografo. Il momento dello scatto è una consapevolezza necessaria.

Come avviene la scelta di una ragazza? Che non chiameremo più modella, a questo punto.

Quando lavoro per la moda faccio dei casting e scelgo in base alla storia che andrò a scattare, mantenendo il mio gusto personale. Poi mi piace che la ragazza abbia uno sguardo bello, diretto, che esprima personalità. Non amo le fotografie di moda dove la modella guarda l’orizzonte annoiata. Per la mia ricerca personale, direi che la tipologia di carattere e la ricerca di affinità restano le stesse, ma vengono a cadere i vincoli imposti dalla moda.

Donne more, bionde, scure, rosse, alte, basse o scalze. Hai preferenze?

Non tanto sull’aspetto fisico, quanto sul carattere. Devo avvertire innanzitutto una forte personalità, un potenziale. Un’amica e musa mi ha detto che il filo conduttore delle ragazze che scelgo è una nota di follia. È un’iperbole, ma c’è qualcosa di vero, sono persone non appiattite dal sistema, mai passive. Avverto in loro il desiderio di sentirsi e di vedersi belle, e una donna in genere non si sente così. Le donne hanno molte perplessità che difficilmente rivelano, il sistema le induce a sentirsi solo corpo e crea una scissione interna che destabilizza.

Ci sono soggetti ricorrenti nelle tue foto?

Alcune delle ragazze continuo a fotografarle nel corso degli anni, e allora il contesto diventa sempre più quotidiano. Un altro mio progetto riguarda la relazione e la coppia, ed è legato all’intimità e all’empatia. In questo caso il soggetto non è più la ragazza da sola, ma circondata dalle persone che le sono vicine. Parto dalla donna e poi lei decide con chi fare lo scatto: un figlio, un compagno, un gatto.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin per Goldenpoint.

Muse?

Charlotte Rampling, Coco Chanel, le ragazze con cui scatto.

Influenze, suggestioni, contaminazioni che hanno aiutato a plasmare il tuo immaginario?

Ho guardato molto Buñuel, anche se la sua non è mai una donna vincente. Nei suoi personaggi ho ritrovato molti elementi di scissione, utili per comprendere come anche una donna con grandi potenzialità possa perdersi facilmente. Amo molto Pasolini (Accattone, Teorema, Salò), le sue poesie e la sua visione cristallina. Per un periodo ho amato anche Arthur Schnitzler, non so quanto mi abbia influenzata, ma sono rimasta molto colpita dalla descrizione che fa della psicologia femminile.

Spesso chi fotografa è consapevole di fenomeni non ancora sotto gli occhi di tutti. C’è qualcosa che tu vedi ora, e che noi avvertiremo magari solo fra trent’anni?

Il mio lavoro si fonda sulla possibilità che una donna possa abitare il proprio corpo. Mi piace pensare che fra trent’anni questo possa essere un dato acquisito, scontato. Le donne dovrebbero misurarsi di più con la propria intelligenza e abbandonare i modelli e i comportamenti che le vorrebbero solamente corpo. E, soprattutto, le donne dovrebbero collaborare fra loro.

Quali sono i tabù di oggi?

Uno dei tanti tabù è la donna indipendente e single. Da ragazzina feci una vacanza a Madrid e notai ragazze da sole bere un drink al bar, leggendo un libro. Dopo quasi vent’anni, qui in Italia, ancora non se ne vedono. Per uscire a bere un drink, dobbiamo conversare tutta la sera.

Quando, secondo te, una donna crede di avere potere?

La donna tende a sentirsi potente quando seduce un uomo, ma è un tragico equivoco culturale tipico del nostro paese.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Emmanuelle.

Ci sarebbe bisogno di fare una nuova rivoluzione?

Il vero atto rivoluzionario sarebbe quello di andare a lavorare. Non puoi fare nessuna rivoluzione se prima non fai parte del sistema. Guarda Coco Chanel, una mia fonte di ispirazione: attraverso la moda ha accorciato gonne, alleggerito cappelli, tolto pizzi e merletti. Ha fatto qualcosa di veramente rivoluzionario, ha permesso alle donne di muoversi. Con eleganza.

Altre fonti di ispirazione, consce e inconsce?

Tendo a frequentare le persone che mi ispirano, ma i riferimenti cambiano a seconda del periodo. Tra i fotografi, Helmut Newton per la potenza delle immagini e per il tipo di donna, Man Ray per la sua tecnica fatta di niente.

Parliamo della città dove vivi e lavori: Milano. C’è qualche luogo in particolare che ti affascina?

Una piazza, in periferia, di notte. Milano è bella di notte, inutilmente agitata di giorno, forse troppo pragmatica. Ma i luoghi meglio conosciuti sono anche i più misteriosi, per cui è una città che può funzionare, si tratta solo di capirla.

Perché la notte?

Sono nata in Romagna, la terra della vita notturna. I locali e i bar di paese non chiudono mai, a prescindere dai turisti. Sono aperti fino a notte fonda, quasi sempre, anche d’inverno.

Sei una di quelle fotografe che “mai senza macchina fotografica”? 

Non sempre, ma spesso. Eppure non sono feticista dell’attrezzatura, sono una persona molto riflessiva. Anzi, tutto questo parlare di attrezzatura mi sembra un modo per evitare il problema, ovvero ciò che sta davvero dietro a un’immagine. È un po’ come se Leonardo avesse passato il tempo a parlare del pennello. Tutto in realtà è nella testa, la macchina fotografica è solo uno strumento.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin per Vision.

Quando hai iniziato a pensare alla fotografia?

Ho iniziato a scattare da bambina, naturalmente per gioco. I primi soggetti sono stati le persone che avevo intorno, amici e familiari. Il materiale migliore è sempre sotto i nostri occhi, va solo scoperto e analizzato. Durante gli studi all’Accademia ho scattato i primi nudi, soprattutto maschili. Poi sono passata alla moda, e anni dopo ho ripreso il nudo, questa volta però solo femminile.

Capiterà anche a te di guardarti allo specchio. Ti senti realizzata?

Il mio è un percorso personale e professionale, ho raggiunto alcuni obiettivi, altri arriveranno.

Ora sei Lady Tarin. Senza cognome.

Il mio nome è frutto di una consapevolezza conquistata giorno per giorno. Non attraverso convinzioni, ma azioni.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Ludovica.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Diana e Elena.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin per DUST.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Michela e Betta.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin per GQ Italia.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin per GQ Italia.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin per Gioia Magazine.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Angela.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Carlotta.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Carlotta.

Foto di Lady Tarin

© Lady Tarin, Celine e Waka.

Carmen, mamma di Lady Tarina

Carmen, mamma di Lady Tarin


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di design, architettura, donne, teatro, arte, costume, economia e città. Vive a Milano, di fianco a un mercato dell’usato, dopo aver vissuto a Shenzhen, in Cina, in un palazzo al 17° piano, vicino a un orto botanico (a Roma), sopra a una copisteria (a Parma), accanto a un negozio di vinili (a Londra) e su una barca (a Parigi). Sta programmando una fuga.


Lascia un commento

  • Bella intervista! Lady Tarin ha sempre cose molto interessanti da dire – anche se naturalmente gli scatti parlano già da soli.

    Francesca
    http://www.sterlizie.com