Fulvio Ferrari
L’occhio magico di Mollino

2 maggio 2018

Se ci fosse una classifica dedicata ai geni che hanno fatto grande il Novecento, Carlo Mollino si troverebbe sicuramente tra i primi dieci. Progettista ed esteta senza rivali, nato a Torino nel 1905 in una famiglia dell’alta borghesia cittadina, Mollino mostra fin da piccolo un talento straordinario per il disegno: è in grado di concepire contemporaneamente due progetti diversi disegnandoli con due mani, due matite, su due fogli di carta. A 28 anni pubblica la sua autobiografia romanzata, Vita di Oberon. Firma architetture leggendarie e mobili prodigiosi – che evitiamo di elencare – e ama con metodo e capriccio le donne, lo sci, la montagna, la velocità, il volo, la fotografia, le forme, il mistero e la geometria della vita. Muore, stroncato da un infarto, nel 1973, ma c’è chi giura che il suo spirito aleggi nel suo appartamento in via Napione 2, a Torino, nella sede della Casa Museo – dove l’artista Yuri Ancarani nel 2014 ha girato il film-documentario Séance, un omaggio alla forza occulta del personaggio. I suoi oggetti di design e le sue polaroid vantano collezionisti in tutto il mondo, e di anno in anno crescono i libri, gli studi e le mostre che lo riguardano. L’ultima esposizione che lo celebra è L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973, curata da Francesco Zanot per il centro CAMERA di Torino (fino al 13 maggio): oltre 500 immagini tratte dall’archivio del Politecnico di Torino che rivelano, una volta di più, il genio molliniano. Per l’occasione abbiamo incontrato Fulvio Ferrari, grande conoscitore dell’architetto torinese, con cui abbiamo parlato di fotografia e di molto altro. “Carlo Mollino ha finto per tutta la vita”, dichiara subito Ferrari. “È impossibile comprenderlo attraverso un solo aspetto: le foto. Per conoscere il tutto è necessario capirne a fondo ogni sua parte”. E così ci siamo fatti una chiacchierata sulla personalità prismatica di Mollino.

Fulvio Ferrari. Foto: Marcello Bonfanti.

Fulvio Ferrari. Foto: Marcello Bonfanti.

Partiamo dalla mostra L’occhio magico di Carlo Mollino. Tutti i materiali provengono dalle collezioni del Fondo Carlo Mollino, Archivi della Biblioteca Roberto Gabetti, Politecnico di Torino. Quante sono le sue fotografie?

Carlo Mollino ha firmato meno di 40 fotografie nella sua vita, ovvero quelle che considerava opere d’arte. Dopo aver pubblicato il suo Messaggio dalla camera oscura, scritto nel 1943 e stampato nel 1949, Mollino non parla mai più di fotografia e si eclissa dalla scena. Ma non smette di scattare, anzi. Le immagini, però, le tiene solo per sé – negli anni Cinquanta utilizza una Leica e negli anni Sessanta la Polaroid.

Nel catalogo della mostra, Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973, ha scritto un saggio dal titolo insolito, La scatola da scarpe. Ce lo spiega?

Da un vecchio amico di Mollino comprai, nel 1984, una scatola da scarpe che conteneva centinaia di immagini polaroid. Erano fotografie che, ai tempi, venivano considerate pornografiche. Si salvarono solo grazie al fatto che vennero custodite dentro a magnifici album. Fortunatamente, non furono buttate, ma nascoste nella libreria.

In mostra sono solo sei le fotografie firmate.

La più interessante è Fiabe per i grandi, che rappresenta una donna fra due porte semi aperte, con un vestito lungo e molto elegante. È il sogno della donna, il suo archetipo. L’interno è misterioso. Sullo sfondo ci sono antichità greche e il calco di una testa di cavallo. È un messaggio d’arte, un vertice di rappresentazione della bellezza femminile.

Carlo Mollino, Fiabe per i grandi, 1939. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Le donne. A partire dagli anni Cinquanta le spoglia.

Sì, diventano nude e il suo lavoro diventa segreto. Qualche amico lo viene a sapere: Torino non è Manhattan. Ma a lui non importava, gli piaceva che la gente pensasse di lui quello che in realtà non era.

Infatti Mollino è conosciuto soprattutto per le sue polaroid.

Certo, ma va detto che quelle fotografie hanno poco a che vedere con l’erotismo. Tutto il mondo pensa che siano erotiche e feticiste, invece sono un progetto che lui non ha mai svelato nella vita. Un progetto che si interseca con la cultura egizia.

Ovvero?

È necessario innanzitutto sapere che il papà di Mollino aveva allestito una camera oscura nella sua villa. Dunque per Mollino la fotografia è qualcosa di familiare, come può esserlo per noi il telefono. È come una matita per disegnare, un’automobile per spostarsi: uno strumento che usa per esprimersi. Siamo a metà degli anni Trenta. Non si conosce nessuna fotografia di Mollino fino al 1934. La prima foto è eccellente. Evidentemente, aveva distrutto i primi lavori e lasciato soltanto le cose più belle. Mollino è un artista che usa la fotografia, non è un fotografo. Non documenta quello che vede, lo interpreta.

In che senso il progetto fotografico di Mollino si interseca con la cultura egizia?

Il faraone faceva preparare delle piccole statuette, gli ushabti, da collocare in grandi quantità nella cripta (la Camera Oscura) della piramide, con funzione di ‘servizio’ per la sua vita ultraterrena. Analogamente, nella Camera delle Farfalle della casa di Mollino – una vera e propria cripta dotata di un letto a barca egittizzante – c’è una parete allestita con centinaia di farfalle. La farfalla simboleggia la donna, e la parete evoca così centinaia di donne. Allo stesso modo, di riflesso, Mollino crea le sue donne-ushabti attraverso il mezzo fotografico, con le polaroid. Ecco il progetto.

Cosa succede dopo il 1934?

Nel 1935 affitta un appartamento in città e lo modifica arredandolo completamente. Lo chiude con delle tende in modo che le finestre scompaiano. In questo interno, che poi chiamerà Casa Miller – il nome potrebbe venire da Lee Miller, l’allieva di Man Ray ritratta da Picasso – lui fotograferà le sue modelle. Le incanta, le invita a seguirlo e le fa vestire con abiti che possedeva per i ritratti.

Carlo Mollino, Ritratto (senza titolo), 1956-1962 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Mollino possedeva abiti da donna per fare fotografie?

Ci sono delle foto in cui la modella di turno indossa un bellissimo vestito lungo di seta, ma si vede una leggera piega, come se fosse stato tenuto in un cassetto. Nessuna donna esce, negli anni Trenta, con un abito da sera con una piega evidente. Questo ci dice che Mollino aveva ben preparato i materiali per le sue fotografie.

Perché fa tutto questo?

Mollino vuole fare un lavoro profondo, un progetto duraturo. Usa queste bellissime donne, le trucca – secondo me le truccava lui. Si sa con certezza che comprava i rossetti.

Come fa a saperlo?

Ho trovato una lista della spesa, preparata per il suo segretario, in cui compare: “trucco per bionda, trucco per bruna”.

Le modelle si accorgono di far parte di un progetto?

Non vuole intimidire le modelle con attrezzatura da fotografo. Niente luci professionali, niente schermi, niente cavalletto. Offre loro del tè, mette la musica, c’è un giradischi nella casa. È un ambiente molto raffinato.

Per quanti anni fotografa?

Per sette anni fa l’artista che usa la fotografia come mezzo di espressione e, come ho detto, firma meno di 40 foto. Questo vuol dire che le immagini perfette su cui ha lavorato e che ha selezionato sono quelle soltanto. Non bisogna dimenticare che Mollino è un ingegnere, tutto quello che fa è un progetto. Sempre. E questi 40 sono i suoi soli progetti di arte fotografica, autentici e riconosciuti.

Carlo Mollino, Prototipo in legno delle posate disegnate per la Reed & Burton, 1950. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Progettare sempre, che fatica.

Non ci sono foto di Mollino in cui rida, è sempre serio. Non perde tempo, progetta continuamente. È forse l’unico “difetto” della vita di Mollino: non ci sono abbandoni. 

Passiamo alla professione, l’architetto.

Quando il sindaco di Torino decide di far ricostruire il Teatro Regio, bruciato negli anni Trenta, dice: “C’è a Torino un architetto che ci può risolvere definitivamente il problema. Chiamate Mollino e chiedetegli se vuole progettare il Teatro Regio”. Lo invitano a pranzo e gli offrono questa possibilità. Lui si mostra interessato e lo schizza subito su un pezzo di carta: “Se vi interessa, ve lo faccio così”.

Il bello di essere un genio.

Sì, ma essere un genio, ahimè, ti condanna alla solitudine.

Mollino non aveva amici?

Con alcuni è riuscito ad avere rapporti abbastanza lunghi, diciamo di qualche anno. Con altri ci sono state frequentazioni abbastanza brevi. Poteva essere suo amico un artigiano qualsiasi, il più grande erudito di oroscopi, o un ingegnere. Mollino frequenta anche gli artisti perché vuole conoscere la visione profonda dell’artista, che è anche la sua: una capacità speciale di comprendere, di penetrare la realtà.

Si considerava un artista?

In perfetta sintonia con la cultura egizia, Mollino considera l’architettura come un’arte. Verso la metà degli anni Trenta, progetta la Società Ippica Torinese. Si tratta di un edificio razionalista, con i piedi per terra, con un galoppatoio, e un circolo, un luogo dove i ricchi proprietari di cavalli vanno a bere il caffè. In questo circolo l’architettura è espressa con istanze surrealiste e metafisiche.

Carlo Mollino, Mimì Schiagno, 1952-1960 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Nel Messaggio dalla camera oscura, parlando del modo di operare di Man Ray, Mollino scrive dell’incontro con “larve fosforescenti nella notte di un negativo [fotografico]” e dello “svelarsi in diafano stigmatismo di figure fragili e chiare”. Sembra quasi descrivere alcuni suoi ritratti femminili.

È vero. La donna per Mollino è luminescente, ossia possiede una sua consistenza, una sorta di luce. È l’artista – Mollino o chi per lui – a trasformare questa luminescenza in luce evidente. La donna ha in nuce quello che è necessario per diventare una icona; nell’opera fotografica, Mollino sa creare questa trasformazione. Ecco uno dei modi attraverso cui Mollino vede la donna.

In pratica, la donna per diventare luce ha bisogno di un uomo. Ci risiamo. È questa la concezione di Mollino?

Non c’è una sola concezione della donna per Mollino. Ce ne sono tante. Noi tendiamo a dare una definizione e una visione univoche. Per Mollino, invece, la visione è molto più complessa e questo ne rende più difficile la comprensione. Samantha Roddick, femminista, ex proprietaria e fondatrice di Coco de Mer a Londra, negozio di oggetti erotici per la casa e per l’abbigliamento, ha capito qualcosa delle donne di Mollino che noi non avevamo capito.

Cosa?

Mollino scatta le sue polaroid sempre da una posizione un po’ bassa. Samantha ci ha fatto capire che questo pone la donna in una posizione importante. Certamente, uno dei motivi per cui a Mollino interessa la donna è che la considera lo strumento che rende la nostra vita immortale. Attraverso di lei noi ci perpetuiamo.

La donna compare anche in altri suoi lavori, oltre che nelle foto?

Guarda la pianta del Teatro Regio, è fatta a forma di busto femminile. Il teatro è la grande architettura-donna nel cui grembo nasce l’opera. L’interno, infatti, è tutto arrotondato, come un uovo: lo spazio diventa imprendibile a favore dell’opera che vi è rappresentata. L’unico punto a fuoco è la scena, dove prende vita l’opera teatrale. L’opera, che è “falsa” in quanto solo rappresentazione, diventa vera, e tutto l’edificio, che è vero nella sua materialità, si smaterializza. Incredibile no?

Che rapporto ha Mollino con sua madre?

La madre Iolanda Testa era una figura poco interessante, figlia di un militare, di buona famiglia, ben educata e senza fronzoli. Nelle fotografie la si percepisce come una donna dell’Ottocento. Grandi cappelli e vitino stretto. Se cerchi un autentico rapporto, spiacente per la madre, ma Carlo ha succhiato il latte paterno.

Carlo Mollino, Leo Gasperl, anni Quaranta. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

E allora come era il padre, l’ingegner Mollino?

Di giorno disegnava e progettava, di notte andava a collaudare i cantieri. Si racconta che tenesse una biglia di acciaio in tasca. Quando verificava l’esecuzione dei pavimenti in marmo, la faceva correre e se la biglia non andava esattamente dritta, voleva dire che il pavimento non era perfettamente in bolla. Quindi con una mazzetta lo spaccava in alcuni punti, ed era tutto da rifare.

Carlo Mollino e la politica.

A Mollino la politica non interessa. Non si occupa né di politica, perché non gli interessano i politici, né si occupa di religione.

Beh, di religione non direi.

Religione cattolica, intendo. Carlo Mollino è la classica persona panteista. La sua attenzione è rivolta a tutto ciò che lo circonda. Lo scrive nel romanzo autobiografico Vita di Oberon. Quando al mattino Oberon (cioè il suo alias) esce di casa fa un agguato alla vita.

Torniamo alle donne.

Con l’ingegner Barba Navaretti negli anni Cinquanta aveva una garçonnière, in cui ha scattato tutte le fotografie con la Leica. I due la arredarono con un letto, un divano, sedie e un caminetto disegnato da Mollino.

Come si divide una garçonnière?

Funzionava così: le spese si dividevano in due; uno la usava nei giorni pari e l’altro nei giorni dispari, anche se Barba Navaretti raccontava che Mollino non badava ai turni. Per Mollino era il luogo deputato a fotografare le donne. Insieme hanno arredato la casa dividendo tutto a metà, ognuno ha messo la propria parte e ha portato i propri mobili. L’accordo era che il primo a sposarsi avrebbe lasciato in eredità all’altro tutto quello che aveva portato, e che ovviamente non gli sarebbe più servito.

Che difetti aveva Mollino?

Non era puntuale ed era piuttosto tirchio, non pagava mai. Il marchese Orengo, per cui Mollino aveva disegnato un interno costosissimo, raccontava che a volte non risuolava le scarpe, ma metteva una toppa sul buco come usavano fare i poveri. Poi però c’era anche il Mollino della vita notturna, che non lesinava sullo champagne. Andava a San Gallo, in Svizzera, con la sua Porsche a comprare meravigliosi indumenti intimi in pizzo per le sue modelle, e tornava a Torino.

Senza autore, Carlo Mollino in aereo, 1950-1960 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Imprevedibile.

Sì, e con una mente incredibilmente aperta. Mollino aveva il dono della creatività, era immaginifico e allo stesso tempo molto razionale, pragmatico. Per esempio, quando pubblica la sua autobiografia, a 28 anni, progetta di fatto la sua vita a tavolino. 

Era anche un accademico.

Sì, professore di decorazione interna, ma non ha mai fatto una lezione sulla progettazione di una sedia o di un tavolo. Nell’anno faceva alcune lectiones magistrales in cui esplorava temi altissimi e poi il lavoro di insegnamento lo facevano gli assistenti.

Le donne, dicevamo. Oltre a vestirle, le amava?

Non ci sono “prove” dei rapporti che Mollino aveva con le modelle e con le donne in generale. Ha avuto un’unica fidanzata ufficiale nella sua vita, Carmelina Piccolis, scultrice e insegnante all’Accademia di Belle Arti di Torino. Si recava spesso a casa sua.

Che tipo era?

Una signorina bionda con un bel naso, importante. Sono stati fidanzati fra gli anni Quaranta e Cinquanta, si lasciano nel 1954; per capire il loro rapporto basti pensare che le parole “ti amo” non esistevano nella loro corrispondenza. Il loro rapporto era una cosa tra artisti, tra persone di speciale intelligenza.

Di cosa parlava Mollino quando parlava d’amore?

Di niente in particolare: teneva allegre le sue modelle, e poi saluti e baci. Raccontava probabilmente meravigliose balle. Le portava di notte in collina in una villetta che acquistò nel 1962. Lì costruisce una sorta di teatro minimalista, con moquette arancione e tende blu scuro – che nelle foto diventano un fondale nero.

Carlo Mollino, Ritratto (senza titolo), senza data. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Un set, insomma.

Sì, da lassù aveva la città ai piedi e un silenzio assoluto attorno. Aveva fatto costruire un garage con una porta che si apriva con il telecomando, una fantasticheria che le ragazze non avevano mai visto. Erano ballerine, belle ragazze, probabilmente di modeste condizioni economico-sociali, che si trovavano di fronte un personaggio bizzarro che le spogliava, le vestiva e le fotografava.

Ricavandone delle foto erotiche.

L’eros di Mollino non ha nulla a che vedere con le sue fotografie, sono due capitoli separati. Una delle sue modelle è stata intervistata a pagamento da un regista americano, con una condizione: che dicesse l’assoluta verità rispondendo a una domanda sulla sessualità di Mollino. Risposta: era una sessualità del tutto normale. Se avvenivano effusioni questo accadeva al piano superiore della villetta: la luce era blu. Ricorda quel brano: “Abat-jour che soffondi la luce blu”?

Certo, Ieri, oggi, domani, il film di Vittorio De Sica, lo spogliarello di Sophia Loren davanti a Marcello Mastroianni.

Ecco. Era un immaginario popolare, poi usava musica strumentale, così non c’erano parole a distrarre lui e lei. Una curiosità: il suo desiderio di essere baciato in bocca. Desiderava un rapporto fisico, vero. La modella racconta che a volte facevano sesso, a volte per niente, perché quello che a lui interessava erano le foto.

Quando non scattava foto sciava, o si dedicava all’automobilismo.

Il Bisiluro è un’auto estremamente sofisticata che contiene una quantità di invenzioni. È la prima macchina che disegna, e la progetta non per una corsa normale, ma per la 24 ore di Le Mans, una delle competizioni automobilistiche più impegnative in assoluto.

Carlo Mollino e Riccardo Moncalvo, Società Ippica Torinese, fotomontaggio, 1941. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Mollino pubblica anche un libro sullo sci: Introduzione al discesismo.

Un libro unico, molto interessante, perché, a prescindere dal contenuto e dalle tecniche, ci dice molto sul Mollino ingegnere. Scrive anche Architettura. Arte e tecnica: la più piccola tra le sue pubblicazioni. Un libro impaginato come il Codice sul volo degli uccelli di Leonardo da Vinci. Di fianco al testo ci sono i disegni di Mollino, non usa nessuna foto. Gli interessi di Mollino non finiscono qui, conosce la storia della torta?

No.

Carlo Mollino ha una cliente importante, l’artista Ada Minola, forse sua amante segreta. A questa signora disegna un importante e meraviglioso interno. Gli eredi hanno trovato tra i progetti un foglio su cui Mollino le scrive la ricetta di una torta. Cosa significa? Che conosce tutto alla perfezione, anche se del cibo non si interessava, probabilmente considerandolo un semplice atto necessario, forse un po’ come il sesso. Mollino è interessato alle leggi che governano qualsiasi cosa. Certamente non si è mai preparato nemmeno un caffè in vita sua, figuriamoci le torte!

Chi glielo faceva il caffè?

La governante Aldina, una persona che gli ha certamente voluto bene. Lui le era molto affezionato, forse fu il suo unico affetto vero e sincero. Lasciò infatti scritto che nel caso in cui morisse prima di Aldina, doveva esserle riconosciuta una somma di denaro tale da permetterle di vivere per il resto della sua vita.

Nel 1954 muore il padre, Mollino lascia la sua fidanzata e per dieci anni non costruisce più nulla. Cosa fa?

Abbandona l’architettura, si dedica ad altre cose. Capisce che la sua vita ha dei contorni diversi, che di fatto l’architettura gli interessa sì e no; per lui è certamente uno strumento, come la fotografia. D’altronde, ha già realizzato il suo capolavoro, la Società Ippica Torinese negli anni Trenta. Dieci anni dopo rinasce il suo interesse per l’architettura, partecipa al concorso per la Camera di Commercio e lo vince. Poi gli affidano il Teatro Regio.

Carlo Mollino e Riccardo Moncalvo, Casa del Sole, Cervinia, fotomontaggio, 1955 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Cosa c’è scritto sul suo biglietto da visita?

C’è scritto: “Dottor Architetto Professore Carlo Mollino Accademico di San Luca”. Quindi, evidentemente, si definisce architetto, ma la sua vita è anche altre cose.

Come muore Carlo Mollino?

Improvvisamente, d’infarto, nel suo studio. È seppellito a Voghera, la città dove si trova la tomba di famiglia.

Dove va la sua eredità?

Mollino a un certo punto viene sensibilizzato sul fatto che la Guardia di Finanza possa fargli degli accertamenti relativi alle tasse. Nel 1970 conferisce tutto il suo capitale immobiliare a un’agenzia che gli garantisce un reddito vitalizio e che alla sua morte diventerà proprietaria degli immobili. Poi ci sono i suoi soldi e la macchina, la Porsche.

Dove li teneva i soldi?

In Svizzera, naturalmente. Muore solo, senza eredi. Il testamento non è stato mai trovato. Però era generoso: sappiamo che ha mantenuto una ragazza per tutti i suoi studi, anche se non l’ha mai incontrata.

Una figlia illegittima.

No, non credo proprio abbia avuto figlie illegittime. Al suo funerale c’erano modelle e amiche: tutte speravano che avesse lasciato loro qualcosa, ma in realtà l’unica che piangeva era la ragazza che aveva mantenuto agli studi.

Carlo Mollino, Ritratto (senza titolo), Polaroid, 1962-1973. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Carlo Mollino, Ritratto (senza titolo), 1956-1962 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Carlo Mollino, Convalescente, 1936-1939 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Carlo Mollino, Troupe acrobatica in Piazza Vittorio Veneto a Torino, 1934 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

Carlo Mollino, Lina Suwarowski ritratta in Casa Miller, Torino, 1936-1939 circa. Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino.


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di architettura, fotografia, arti e mestieri. Si occupa di comunicazione nella nuova Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Vive nel cuore del quartiere cinese di Milano, dopo aver vissuto a Shenzhen, a Roma, a Parma, a Londra e a Parigi. Sta programmando una fuga.


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