Andrea Zittel
Interview

7 settembre 2011

Avete ancora tempo fino a questo sabato, 10 settembre, per vedere la nuova serie di lavori di Andrea Zittel nella galleria Sprüth Magers a Berlino. Il titolo della personale è Pattern of Habit. Abbiamo intervistato l’artista sul senso di questi ultimi lavori di grande scala che arrivano a occupare completamente la grande sala al piano terra della galleria. In una installazione divisa in quattro parti (Aggregated Stacks, Pattern of Habit, Tellus Interdum e Single Strand: Forward Motion), Andrea Zittel enfatizza il contrasto tra la materialità della società dei consumi e la virtualità del nostro modo di comunicare e di interagire con la realtà. Vi invitiamo a leggere l’intervista immaginando di essere guidati da Andrea Zittel attraverso gli spazi della galleria.

Iniziamo dalla cosa che colpisce di più di questa esposizione: la dimensione, la scala.

La misura di questa installazione è principalmente dettata dalla grandezza dello spazio della galleria. Questi lavori erano stati inizialmente disegnati per essere dei mobili adatti a uno spazio domestico più intimo. Poi, quando ho visto lo spazio della galleria ho deciso di costruire un’installazione che collocasse questi lavori in una più ampia scala architettonica. Nessuno dei lavori in sé è particolarmente grande: è la somma delle diverse parti che costituisce la misura dell’installazione.

Parlami di quella parte dell’installazione che hai chiamato Aggregated Stacks.

Da quando vivo nel deserto, cerco di integrare il più possibile la vita quotidiana con il mio processo di produzione, facendo in modo che diventino una cosa sola. Dal momento che ci sono solo pochi store dove vivo, ordino praticamente tutto on-line e mi arrivano un sacco di scatole in cartone. Pensavo che queste scatole fossero interessanti come tracce di un’esistenza che si rivela attraverso il consumo. Ad ogni modo, avevo un muro molto grande in cucina dove pensavo di installare alcune mensole, ma non ho mai avuto il tempo di farlo. Così, un giorno, ho iniziato a sistemare queste scatole contro un muro. Ho subito amato la geometria imperfetta che si creava dall’aggregazione delle scatole e così ho pensato di unirle in un unico sistema di mensole, stuccandole assieme. Questo era un anno fa. Le scatole e i materiali d’impacchettamento che da quel momento in poi sono entrati nella mia casa e nel mio studio sono diventati il lavoro che tu vedi.

Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011
Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011. Courtesy: Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London

Cosa mi puoi dire della struttura di queste costruzioni?

Mi sono chiesta più volte quale tipo di struttura fosse maggiormente sintomatica della realtà. È nella natura umana cercare di creare un sistema rappresentabile come una griglia perfetta (Donald Judd docet). Ma poi la vita ti mostra che anche nei sistemi perfetti a un certo punto qualcosa collassa e tutto cambia. Con questo lavoro mi sono interessata molto al concetto di griglia imperfetta. Nella storia dell’arte c’è sempre stata una tensione tra l’organico (che rappresenta la soggettività emotiva) e il geometrico (che esprime il formalismo empirico). Per me questa struttura è uno scenario realistico tra i due estremi, il desiderio di un ordine organizzato in cui alcune parti a un certo punto scivolano nel caos, creando una forma in parte geometrica e in parte organica.

Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011
Andrea Zittel, Aggregated Stacks, 2011. Courtesy: Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London

Cosa sono gli oggetti sulle mensole? Da dove vengono?

Gli oggetti erano stati in principio disposti sulle mensole per mostrare come queste strutture potessero essere usate una volta inserite in uno spazio domestico. Non volevo usare degli oggetti che fossero troppo personali, per non indurre a pensare che ci fosse qualcosa di autobiografico. L’idea di questo lavoro e di molti miei lavori in generale è che se tu li compri li devi poter usare nel modo che preferisci. Nell’installazione sono presenti degli oggetti, ma solo ad altezza uomo. Quando l’installazione supera l’altezza delle persone non può essere usata come piano funzionale, e diviene dunque pura scultura, con chiari riferimenti alla scultura minimalista di Sol LeWitt e Donald Judd.

È il colore bianco in qualche modo legato ai cubi di Sol LeWitt?

Sono stata molto influenzata da Sol LeWitt, in diversi modi. Agli inizi degli anni Novanta ho prodotto un’intera serie di lavori dal titolo Purity. Quei lavori erano uno studio della linea sottile che separa il nostro desiderio spirituale e filosofico di purezza da un autoritario bisogno di controllo. Mi piace il modo in cui il bianco ricopre entrambi i campi semantici. Il bianco rimanda alla pulizia e all’igiene, è il colore dei camici che s’indossano in un laboratorio, ma è anche il colore che vestono le spose per dichiarare la loro verginità. Quando ho iniziato a lavorare con il bianco era per i suoi richiami politici, ma in questa serie di lavori il riferimento è alla scultura minimalista.

Parliamo ora dei giornali e di questo lavoro chiamato Tellus Interdum?

Mentre lavoravo ad Aggregated Stacks, ragionavo sulla flessibilità della griglia e ho cominciato a interessarmi al format del giornale. In un giornale, i contenuti si adattano alla forma di una griglia più o meno rigida. Quello che ho utilizzato nell’esposizione è un quotidiano locale. Mi pare interessante come qualsiasi evento, non importa quanto drammatico sia, venga inquadrato in uno schema grafico. Ho chiesto ai designer di sostituire il testo del giornale con il riempimento “Lorem Ipsum”. In questo modo, le persone non leggono il testo e si concentrano sul format.

Andrea Zittel, Tellus interdum, 2011
Andrea Zittel, Tellus interdum, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London

Sui giornali hai poi sovrapposto un altro lavoro chiamato Single Strand: Forward Motion. Ci puoi parlare di questa complessa struttura di linee?

Quasi tutti i miei lavori, in un modo o nell’altro, riflettono sulla nozione di libertà o sulla sua negazione. La totale libertà, a volte, può farti sentire oppresso. Al contrario, molte limitazioni nella nostra vita ci fanno sentire più liberi. Quando vivi in una società molto burocratica, in cui tutto viene dettato dalla legge, il solo modo per sentirti libero è quello di creare un ordine proprio di regole. Quelle regole, rispetto al sistema, ti rendono libero. Così, ho cominciato a creare dei lavori all’uncinetto senza avere un’idea precisa di quale sarebbe stato il risultato finale. Quando guardi l’oggetto finito, puoi riconoscere il sistema di regole che è stato utilizzato: in alcuni sistemi puoi solo andare diritto e ottenere degli angoli retti, in altri puoi generare delle forme organiche meno rigide.

Quante persone hanno lavorato su questo lavoro?

Solo io… l’uncinetto richiede molto tempo!

Puoi ora raccontarmi qualcosa di più su quest’ultimo lavoro, Pattern of Habit, che dà anche il nome all’esposizione?

In questo lavoro, ho guardato al calendario come a un altro sistema di regole. Ogni settimana organizzo un piano delle mie giornate. Ho molta corrispondenza da sbrigare, assieme ad altri lavori amministrativi e pratici. Sulla tabella vedi dei blocchi neri, come dei buchi, che indicano il tempo in cui sono al computer. Si tratta di una sorta di modello architettonico che vuole evocare un’idea di “spazio altro”, quello in cui entri quando sei on-line. Circa vent’anni fa, nell’era pre-internet, lavoravo in una galleria. La maggior parte delle nostre comunicazioni avveniva via lettera. Quando scrivi una lettera, sei sempre molto ancorato alla realtà fisica: devi attendere a lungo prima di ricevere un feedback dal tuo destinatario. Il computer fa qualcosa di molto interessante: ti trasporta in un’altra realtà per un determinato periodo di tempo. È una vera e propria esperienza cognitiva differente, un modo diverso per sperimentare il tempo e lo spazio.

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011
Andrea Zittel, Pattern of Habit, 2011. Courtesy Andrea Zittel and Sprüth Magers, Berlin/London. Photo: © Jens Ziehe

Per concludere, ci tenevo a dirti che trovo molto interessante il modo in cui nei tuoi lavori riesci a integrare i piani dell’arte, dell’architettura, del design e della moda.

Penso che sia qualcosa che faccio senza esserne veramente consapevole. Sono interessata a tutte queste cose, hanno un ruolo sociale importante nella nostra vita e nella nostra cultura.

Hai mai pensato di muoverti verso il campo del design?

Come artista, posso essere spontanea e sperimentale. E questo mi piace. Potrei fare del vero design, ma la mia impressione è che il design sia qualcosa che risponde a un sistema più complesso di regole, più autoritario. Ho pensato spesso a prodotti che le persone potessero usare, ma non ho mai voluto rinunciare al mio modo di operare. Magari in futuro troverò la chiave giusta per andare in quella direzione.

 



Lascia un commento