Un lungo viaggio in piscina

5 ottobre 2018

C’è un’affascinante e controversa teoria evoluzionista che lega l’uomo all’acqua. Secondo questa teoria, in voga negli anni Sessanta1, l’essere umano deriverebbe da un gruppo di scimmie che per ovviare alla scarsità di cibo si spinse in riva al mare, in zone ricche di pesci, molluschi e crostacei. Costrette a rimanere per lungo tempo sott’acqua, queste scimmie si adattarono a tal punto all’ambiente da diventare quasi anfibie. Ciò dimostrerebbe come mai ci tuffiamo, nuotiamo e amiamo l’acqua. Vai a sapere. È più certa, invece, la definizione d’ignoranza che davano gli antichi romani: un uomo che non sapeva “né leggere né nuotare”2. Pare, inoltre, sempre in epoca romana, che più fosse degenerato l’imperatore e più sontuosi fossero i bagni termali3 – a raccontarlo è Charles Sprawson, che ha scritto un libro epocale sul nuoto, L’ombra del Massaggiatore Nero, e poi più niente. Dopo le terme e i bagni pubblici, luoghi di intrighi, sesso e cura di sé, nei secoli gli spazi acquatici destinati allo svago, allo sport e al ristoro hanno assunto forme e funzioni diverse: dalle strutture architettoniche galleggianti sui fiumi alle piscine in città, dalle vasche olimpioniche a quelle iconiche californiane, fino alle infinity pool contemporanee più ricercate.

Bagni Deligny, Parigi, 1950. © Keystone France e Gamma-Rapho via Getty Images.

Bagni Deligny, Parigi, 1950. © Keystone France e Gamma-Rapho via Getty Images.

A metà Ottocento, Milano vantava i lussuosi Bagni Diana in zona Porta Venezia, realizzati nel 1842 dall’architetto Andrea Pizzala. Vennero abbattuti nel 1908 per fare spazio all’Hotel Diana, ma furono ripresi dai fratelli Auguste e Louis Lumière. Su YouTube trovate il video Bains de Diane à Milan, del 1896, in cui si vedono uomini tuffarsi – l’accesso alle donne era permesso solo in alcune ore del mattino. Per la promiscuità dobbiamo ringraziare l’Inghilterra, lì esplode la moda per i “Lido”, prendendo a prestito la parola dal più famoso Lido di Venezia, e cioè piscine all’aperto attrezzate con bagni, camerini e una zona dove prendere il sole. Attorno agli anni Trenta, Coco Chanel, che fino a qualche anno prima non voleva essere scambiata per una contadina abbronzata, cambia idea: essere abbronzati è chic; ma è solo nel secondo dopoguerra che si diffonde l’abbronzatura di massa e si accorciano i costumi, passando dallo scandaloso pezzo unico di Annette Kellerman – arrestata per “indecenza” nel 1907 – al bikini di Louis Réard, che abbandona i motori delle auto per fare fortuna dedicandosi ai seni delle donne.

The Swimming Pool in Photography (copertina), Berlin, Hatje Cantz, 2018. © Hatje Cantz.

The Swimming Pool in Photography (copertina), Berlin, Hatje Cantz, 2018. © Hatje Cantz.

La piscina non è solo un luogo per sportivi o sfaccendati in preda all’ozio, ma anche un crocevia di storie. È quanto scrive Francis Hodgson nell’introduzione di The Swimming Pool in Photography4, volume di gran fascino uscito da poco per Hatje Cantz. La moda dei lidi in Inghilterra, si legge in Here Comes the Sun di Ken Worpole, ha il suo picco negli anni Trenta e si afferma anche grazie ai contributi pubblici: le nuove strutture dovevano dare un lavoro a chi non ce l’aveva5. Il lido era uno spazio informale che aiutava uomini e donne a incontrarsi. Nuotare e ballare erano considerate attività ricreative complementari. Nel maggio del 1936, CHUTE: The Magazine for Swimming, Sunbathing and Open-Air Recreation aveva una rubrica intitolata “Where to Swim and Dance”, una guida ai lidi con musica dal vivo e sale da ballo. Ma sono gli Stati Uniti la nazione in cui la piscina diventa un luogo di culto. L’olandese Rem Koolhaas conclude Delirious New York6 con un breve racconto su un gruppo di giovani architetti sovietici che negli anni Trenta, in pieno stalinismo, decide di fuggire dal proprio Paese: raggiungeranno New York, dopo anni, grazie a una piscina galleggiante – progettata da loro – capace di attraversare l’oceano. Se vi piace l’America, vi piacciono le piscine. Colpa dei quadri di David Hockney, di Joan Didion che ne ha desiderata sempre una, dei “musical acquatici” con Esther Williams. Colpa della California e delle sue crisi idriche: circondata dal deserto, sognava oasi private, e le ha avute. Sempre lì si è sviluppato lo skating in vasche vuote e abbandonate, negli anni Settanta. Riflettendoci, non si sarebbe potuto girare a Roma Un uomo a nudo (1968) di Frank Perry, adattamento cinematografico della storia di John Cheever pubblicata sul New Yorker nel 1964. Qui, in un caldo pomeriggio d’estate, Burt Lancaster decide di tornare a casa attraversando la contea a nuoto, passando di piscina in piscina, da una villa all’altra, in un viaggio che fa emergere i fallimenti personali e le crepe del sogno americano.

Auto in piscina, Beverly Hills, California, 4 maggio 1961. © Keystone e Getty Images.

Auto in piscina, Beverly Hills, California, 4 maggio 1961. © Keystone e Getty Images.

Può accadere che nelle piscine si faccia una brutta fine: “Poveraccio, gli piacevano tanto le piscine; beh, ora ne ha una tutta per sé, anche se gli è costata cara”: è quanto dice il defunto Joe Gillis, interpretato da William Holden, nella scena d’apertura di Viale del tramonto (1950) di Billy Wilder, osservandosi galleggiare ancora vestito e a testa in giù nella piscina della diva Norma Desmond, promettendoci di raccontare tutta la verità, prima che venga deformata da gazzettieri e pettegoli. Sessant’anni dopo, Skyler, la moglie di Walter White, il professore di chimica dell’indimenticabile Breaking Bad, s’immerge vestita nella piscina, in piena crisi di nervi. Walter non è in grado di conciliare i due volti del sogno americano: felicità domestica e sicurezza finanziaria. O l’una o l’altra. E la piscina è lì a ricordarglielo, riflettendo i suoi fallimenti; il falso benessere finanziario prima, la distruzione dell’equilibrio famigliare poi. Quello che ieri era l’attestazione di uno status symbol (ha abbastanza soldi e tempo da permettersi una piscina), oggi completa il quadro della famiglia americana standard, insieme alla moglie, ai figli, al SUV e al cane. Non è più garanzia di successo, almeno negli Stati Uniti. Per ritrovare la connotazione esclusiva non occorre andare nella infinity pool del Four Seasons alle Seychelles o sul rooftop del Marina Bay Sands a Singapore, basta un casolare ristrutturato in Toscana senza Wi-Fi: il massimo del lusso non è più solo avere tempo libero, ma è poterlo spendere offline.

Il cadavere di Joe Gillis (William Holden) galleggia nella piscina della villa di Norma Desmond (Gloria Swanson) in Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950), diretto da Billy Wilder. © AF Archive/Alamy Stock Photo.

Il cadavere di Joe Gillis (William Holden) galleggia nella piscina della villa di Norma Desmond (Gloria Swanson) in Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950), diretto da Billy Wilder. © AF Archive/Alamy Stock Photo.

Non per insistere col dramma, ma al cinema il sodalizio tra cadaveri e piscine si rinnova nel tempo: da Poirot e il caso Amanda (1965) a Il giorno della locusta (1975), fino a Suspiria (1977) di Dario Argento, dove avvengono “un sacco di strani, assurdi avvenimenti”. Nel futuro distopico di Agente Lemmy Caution: missione Alphaville (1965) di Jean-Luc Godard, i condannati a morte vengono giustiziati in una piscina. In un altro futuro distopico, quello descritto ne La decima vittima (1965) di Elio Petri, Marcello Mastroianni prova a uccidere Ursula Andress architettando l’agguato di un coccodrillo in una piscina, ribaltando l’idea dello spazio artificiale che protegge dalle insidie della natura. E se avete visto Cat People, sia la versione di Jacques Tourneur (1942) sia quella di Paul Schrader (1982), sapete che non dovete fare il bagno di notte, neppure in piscina. Per non finire a nuotare nella vasca dei cadaveri di Phenomena (1985) di Dario Argento, l’acqua deve subire processi di colorazione, disinfezione e termoregolazione. Con una varietà di soluzioni: cloro, bromo, elettrolisi del sale o sterilizzazione UV. Altrimenti, senza battericidi, basterebbe una scolaresca di bambini per inquinare una piscina e trasformarla in una bomba batteriologica – ricordiamo quanto ammetteva Michael Phelps al Wall Street Journal nel 2012: “Penso che tutti facciano la pipì in piscina”, figuriamoci i mocciosi. E non si tratta solo di mantenere l’acqua pulita, ci sono anche i funghi, i germi, le verruche. E l’acqua calda, che oltre a essere un malcostume e una fastidiosa concessione a bambini e anziani, è una sciagura per la salute: l’ideale per i batteri. A questo punto meglio un coccodrillo sul fondo che nuotare in una piscina trascurata.

Auto nei pressi di una piscina, Florida, 1975: Foto: Elliott Erwitt. © Elliott Erwitt/Magnum Photos.

USA. Florida. 1975. Foto: Elliott Erwitt. © Elliott Erwitt/Magnum Photos.

Naturalmente, l’acqua è anche fonte di vita e luogo di passioni: la piscina può essere il letto d’amore per Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996) di Baz Luhrmann, o il catalizzatore di tensioni erotiche ne La piscina (1969) di Jacques Deray. In The Springboard in the Pond, saggio sul tema firmato dallo storico dell’architettura Thomas A. P. van Leeuwen, si legge: “In un Paese decisamente puritano e ipocrita come l’America, la piscina ha rappresentato una straordinaria occasione per esibire corpi nudi o seminudi. L’eros poteva essere mostrato in un contesto igienico e sportivo, offrendosi come una forma di intrattenimento legale e raffinata, adatta sia al voyeur sia al padre di famiglia”7. A bordo piscina – o nei pressi – si può sedurre in modo più o meno esplicito: è quello che fa Tara Reid con Jeff Bridges ne Il grande Lebowski (1998) dei fratelli Coen, proponendogli sesso orale per 1.000 dollari. In Something’s Got to Give (1962) di George Cukor, l’ultimo film in cui recitò Marilyn Monroe prima di morire, la diva fa il bagno nuda in piscina invitando Dean Martin a entrare, ma Dean non accetta e lei si asciuga. La stessa Marilyn ha abitato per anni al Beverly Carlton Hotel di Beverly Hills, albergo con vasca a forma di otto fotografato da Loomis Dean nel 1954.

Faye Dunaway al Beverly Hills Hotel la mattina del 29 marzo 1977, il giorno dopo l'assegnazione dell'Oscar come migliore attrice protagonista in <em>Quinto Potere</em> (<em>The Network</em>, 1976), diretto da Sidney Lumet. Foto: Terry O'Neill. © Terry O'Neill/Iconic Images/Getty Images.

Faye Dunaway al Beverly Hills Hotel la mattina del 29 marzo 1977, il giorno dopo l’assegnazione dell’Oscar come migliore attrice protagonista in Quinto Potere (Network, 1976), diretto da Sidney Lumet. Foto: Terry O’Neill. © Terry O’Neill/Iconic Images/Getty Images.

Celebrity e piscine, un grande classico. Uno degli scatti più belli del libro pubblicato da Hatje Cantz è di Terry O’Neill: è del 1977, ritrae Faye Dunaway e appartiene a una serie. Ci torniamo dopo, prima c’è O’Neill: inglese, batterista jazz, sognava di fare lo steward tra Londra e New York, avrebbe avuto più tempo libero a disposizione per diventare un musicista di fama; fece domanda, i posti però erano tutti occupati e così ripiegò sul lavoro di fotografo all’aeroporto di Londra-Heathrow – è lui stesso a raccontarlo. La fortuna ci aveva visto giusto. Negli anni Sessanta e Settanta li fotografa tutti: Rolling Stones, Beatles, Brigitte Bardot, Audrey Hepburn, Marianne Faithfull, Liz Taylor, David Bowie, Elton John, il suo amico Frank Sinatra. E Faye Dunaway. È lei la protagonista di un gruppo di foto memorabili scattate il 29 marzo 1977, il giorno dopo l’assegnazione degli Oscar – a lei andò quello di migliore attrice per Quinto Potere. O’Neill non cercava il solito ritratto con la statuetta, voleva descrivere il momento in cui il premiato si rende conto che la sua carriera è giunta a una svolta; il momento dopo il quale tutto si moltiplicherà: soldi, celebrità, prestigio, offerte di lavoro. O’Neill propone la sua idea a Faye Dunaway, lei accetta e alle 6 del mattino di quel 29 marzo si sveglia per farsi immortalare sul set del Beverly Hills Hotel, con la piscina alle spalle, i giornali per terra e i segni di una notte bianca sul volto. Languida, assorta, bellissima. In uno degli scatti sorride, ed è il sorriso di una donna che ama chi le sta di fronte. Nel 1983 Terry e Faye si sposeranno.

Esther Williams in una scena del film La ninfa degli antipodi (Million Dollar Mermaid, 1952), diretto da Mervyn LeRoy. © Getty Images.

Esther Williams in una scena del film La ninfa degli antipodi (Million Dollar Mermaid, 1952), diretto da Mervyn LeRoy. © Getty Images.

In piscina si nuota, e ci si tuffa. Lo sa bene Esther Williams, prima campionessa di nuoto e poi attrice a Hollywood, che si è fratturata il collo e ha quasi rischiato di rimanere paralizzata per colpa del costume – una corona pesantissima – con il quale si è tuffata in La ninfa degli antipodi (1952), un biopic sulla già citata Annette Kellerman, nuotatrice australiana famosa in tutto il mondo sia per le sue doti natatorie sia perché fu la prima a indossare il costume a un pezzo, con grande scandalo. In una foto contenuta in The Swimming Pool in Photography la si vede sorridere in camera, appesa sopra una piscina dentro la quale, disposti a raggiera, la attendono una trentina di uomini e donne. Pure i cavalli si tuffavano, o quasi. Francis Hodgson racconta8 delle attrazioni di Atlantic City, dove i cavalli venivano gettati in piscina, come avviene nello scatto di Barbara Laing del 1991, in cui un mulo viene lasciato cadere da un trampolino di 5 metri e mezzo in una vasca durante The World’s Only High-Diving Mules Show di Albuquerque, New Mexico. Oggi interverrebbe la protezione animali. I tuffi in fotografia sono politicamente trasversali. C’è Dive (1934) del sovietico Alexander Rodchenko, e c’è l’opera di Leni Riefenstahl, artista controversa che oltre a essere vicina al regime nazista era anche un’ottima nuotatrice. Poi ci sono gli atleti: la campionessa inglese Betty Slade, Johnny Weissmuller, in uno scatto alla spiaggia di Brighton dove batte il record dei cento metri con un tempo di 1.17 secondi, e Blandine Fagedet, vincitrice del concorso femminile di tuffi alla piscina Georges-Vallerey di Parigi. Ma il progetto più ambizioso è quello di Aaron Siskind: il suo Pleasures and Terrors of Levitation, realizzato tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è uno degli studi fotografici più importanti sulla pratica del tuffo.

Pleasures and Terrors of Levitation #37, 1953. Foto: Aaron Siskind. © Aaron Siskind Foundation.

Pleasures and Terrors of Levitation #37, 1953. Foto: Aaron Siskind. © Aaron Siskind Foundation.

Anche Martin Parr, brillante cronista del senso comune, ha immortalato la piscina, a modo suo. Le sue foto hanno la peculiarità di farci passare la fame (la serie Real Food è una specie di lavanda gastrica al contrario), ci tolgono la voglia di andare in vacanza (Global Tourism potrebbe essere uno spot per la prevenzione ai tumori della pelle) e persino il desiderio di andare in piscina. Prendiamo The Last Resort (1983-1985), la serie con la quale è diventato famoso documentando i pomeriggi della working class nell’era thatcheriana a New Brighton, vicino a Liverpool: bambini che vengono cambiati per terra, stritolati da madri apprensive, oppure abbandonati a sé stessi nel seggiolone sotto il sole, vicino all’acqua putrida. White trash prima che fosse un problema identitario. Siamo a metà degli anni Ottanta, i reportage giornalistici colti si fanno ancora in bianco e nero; Parr, però, ama i colori, ha in mente gli americani Stephen Shore e William Eggleston, e in più usa il flash che dà un tocco iperrealistico ai suoi scatti. In una foto di The Last Resort ci sono in primo piano due giovani accoccolati su una panchina, e di fronte a loro – perché noi siamo alle loro spalle – una folla di bagnanti distesi su lastroni d’asfalto: pare di stare nella piscina del Reichssportfeld in occasione dei giochi olimpici del 1936, d’estate, a Berlino, fotografati da Lothar Rübelt. Solo che non siamo nel Terzo Reich: è una bella giornata, fa caldo e ci si gode il tempo. Sembra notarci solo un bambino biondo, proprio al centro dell’inquadratura, ha la piscina alle spalle, lo sguardo controcorrente – forse vorrebbe essere altrove. E ci chiediamo se quel bambino sappia nuotare, e se i genitori la pensino come gli antichi romani: non vorrai mica rimanere ignorante.

Piscina panoramica collocata sul tetto della Cité Radieuse, il celebre edificio residenziale progettato da Le Corbusier e realizzato tra il 1947 e il 1952, a Marsiglia. © Pixabay.

Piscina panoramica collocata sul tetto della Cité Radieuse, il celebre edificio residenziale progettato da Le Corbusier e realizzato tra il 1947 e il 1952, a Marsiglia. © Pixabay.

Piscina progettata da Alain Capeilleres a Le Brusc, Francia. Foto: Martine Franck, 1976. © Martine Franck/Magnum Photos.

Piscina progettata da Alain Capeilleres a Le Brusc, Francia. Foto: Martine Franck, 1976. © Martine Franck/Magnum Photos.

Donna in piscina, anni Cinquanta, USA. Foto: H. Armstrong Roberts. © Getty Images.

Donna in piscina, anni Cinquanta, USA. Foto: H. Armstrong Roberts. © Getty Images.

Blandine Fagedet, vincitrice del concorso di tuffi alla piscina Georges-Vallerey di Parigi, 13 luglio 1962. © Keystone France e Gamma-Rapho via Getty Images.

Blandine Fagedet, vincitrice del concorso di tuffi alla piscina Georges-Vallerey di Parigi, 13 luglio 1962. © Keystone France e Gamma-Rapho via Getty Images.

Note

1 La teoria venne divulgata dal biologo marino Alister Hardy, che il 17 marzo 1960 pubblicò su New Scientist l’articolo “Was Man More Aquatic in the Past?”. La tesi venne in seguito ripresa e approfondita dalla scrittrice Elaine Morgan, attraverso diversi libri, ma non fu mai del tutto accettata dalla comunità scientifica.

2 Charles Sprawson, L’ombra del Massaggiatore Nero, Milano, Adelphi, 1995, p. 58.

3 Ibidem, p. 56.

4 The Swimming Pool in Photography, text by Francis Hodgson, Berlin, Hatje Cantz, 2018, pp. 7-9.

5 Ken Worpole, Here Comes the Sun: Architecture and Public Space in Twentieth-Century European Culture, London, Reaktion Books, 2000, p. 113.

6 Rem Koolhaas, Delirious New York: A Retroactive Manifesto of Manhattan, Oxford, Oxford University Press, 1978; trad. it. Delirious New York: Un manifesto retroattivo per Manhattan, a cura di Marco Biraghi, Milano, Mondadori Electa, 2001.

7 Thomas A. P. van Leeuwen, The Springboard in the Pond An Intimate History of the Swimming Pool, Cambridge, Massachusetts, MIT Press, 1998, p. 159.

8 The Swimming Pool in Photography, p. 35.


Manuel Peruzzo

Manuel Peruzzo è nato nelle valli inquinate del comasco e alle gite a Chiasso preferisce il divano, la TV e il wifi. Si finge uno di quegli scrittori culturali del secolo scorso per Il FoglioForbesLinkiestaEsquire e Klat. Vive nel timore di essere scoperto.


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