Palm Springs
Una storia americana

30 gennaio 2015

Cos’hanno in comune Albert Einstein, Bing Crosby, Frank Sinatra, Marilyn Monroe, Dean Martin, Elvis Presley, Halle Barry e Liz Taylor, a parte il posto di assoluto rilievo che occupano nell’immaginario collettivo degli ultimi cento anni? Una località esclusiva che per lungo tempo è stata la meta obbligata dei personaggi più popolari d’America, e che dopo un periodo di appannamento torna ora nei radar di riviste patinate e star di Hollywood. Parliamo di Palm Springs, una cittadina a 170 chilometri da Los Angeles, circondata dal deserto e immersa in quella Coachella Valley che i Millennial odierni conoscono soprattutto per l’omonimo festival dove ama esibirsi anche Pharrell Williams. L’approdo della crème hollywoodiana nel deserto californiano si deve soprattutto alla leggendaria “regola delle due ore” (Two-Hour Rule), per cui anche in vacanza gli attori sotto contratto con gli Studios dovevano rendersi reperibili al regista di turno entro il suddetto limite temporale. Nei primi anni Venti, quando iniziò l’esodo delle star, Hollywood era già troppo sfarzosa, affollata e caotica. Rodolfo Valentino, William Powell, Shirley Temple, Harold Lloyd e tanti altri astri della pellicola decisero così di svernare nel deserto della Coachella, dove nel 1938 Palm Springs, già meta chic, venne ufficialmente riconosciuta come centro abitato.

Nel corso dei due millenni precedenti, Palm Springs era stata soltanto una porzione di deserto premiata da ricchi palmeti e dalle celebri sorgenti d’acqua calda. A queste ultime, la cittadina californiana deve ovviamente il suo nome attuale, ma anche quello caro ai suoi primi abitanti, ovvero gli indiani Cahuilla della tribù Agua Caliente, che la conoscevano come “Se-Khi”, appunto “acqua che bolle”. Nel 1853 le fonti minerali di Palm Springs comparvero per la prima volta in una mappa del governo americano. Vent’anni dopo il presidente Rutherford Hayes dava mandato alla Southern Pacific Railroad di costruire una linea ferroviaria che arrivasse fino al Pacifico, costringendo così i nativi ad abbandonare gran parte delle loro terre. Nel 1884 Palm Springs ebbe il suo primo abitante non indiano, un certo giudice John Guthrie McCallum, che si era mosso da San Francisco nella speranza che il clima e le sorgenti del luogo riuscissero a sanare la tubercolosi del figlio. La data di nascita della locale industria del turismo si fa invece risalire al 1886, con l’inaugurazione del Palm Springs Hotel.

Raymond Loewy House, Palm Springs, California, designed by Albert Frey. Photo Julius Shulman, 1947.

Raymond Loewy House. Photo: Julius Shulman, 1947. Raymond Loewy House, Palm Springs, California, designed by Albert Frey in 1947. Courtesy: Palm Springs Art Museum.

Nei decenni seguenti Palm Springs crebbe molto velocemente, anche grazie ad alberghi mitici come l’iconico Desert Inn di Nellie “Mother Coffman” Coffman, che ebbe un ruolo fondamentale nel catturare i primi turisti tra i viandanti che attraversavano le strade polverose in direzione di Los Angeles. Il pellegrinaggio delle star di Hollywood raggiunse la sua maturazione negli anni Cinquanta, quando Frank Sinatra e i suoi leggendari Rat Pack – e cioè Dean Martin, Sammy Davis Jr., Joey Bishop e Peter Lawford – diventarono una presenza fissa sotto i palmeti californiani. Ma, si sa, le celebrità amano stare in gruppo, ragion per cui presto all’elenco si aggiunsero nomi del calibro di Lauren Bacall, Kim Novak, e persino il presidente Dwight Eisenhower.

Del crooner interprete di My Way e della sua villa, Twin Palms, che è ancora lì a testimoniare i fasti degli anni d’oro di Old Blue Eyes, se ne raccontano tante. Ad esempio, che una crepa nel lavandino del bagno, anch’essa tuttora presente, sia dovuta al lancio di una bottiglia di champagne contro l’allora moglie di Sinatra, l’attrice Ava Gardner. Oppure che al momento di servire i cocktail a bordo piscina (una piscina a forma di pianoforte; anch’essa non si è spostata di un millimetro rispetto agli anni Cinquanta), su Twin Palms sventolasse orgogliosa una bandiera di Jack Daniel’s per allertare i vicini di casa – la stella Cary Grant e il comico Jack Benny.

Un altro luogo mitico della Palm Springs di quegli anni è certamente il Racquet Club. Sessant’anni prima che Pharrell arrivasse nell’oasi per partecipare al Coachella, fu il quasi omonimo Charles Farrell, icona del film muto anni Venti, a fondare il club con l’attore Ralph Bellamy, dopo che i due erano stati cacciati dai campi da tennis di un altro albergo. “Non ci sono luoghi più Palm Springs del Racquet Club”, ha detto eloquentemente Nicolette Wenzell, associate curator della Palm Springs Historical Society, quando la scorsa estate un incendio ha disgraziatamente distrutto buona parte del complesso. Qui venne in luna di miele il mitico clarinettista jazz Artie Shaw, dopo aver sposato Lana Turner nel terzo dei suoi otto matrimoni. Qui, tra una partita a tennis e l’altra, passavano i loro pomeriggi Clark Gable e la star di West Side Story Natalie Wood. Qui, la leggenda narra, una bionda ventiduenne di nome Marilyn venne avvicinata e scritturata da un agente dell’agenzia William Morris mentre prendeva il sole a bordo piscina.

The Pool at the Edris House, Palm Springs, California, designed by E. Stewart Williams. Photo Julius Shulman, 1953.

The Pool at the Edris House. Photo: Julius Shulman, 1954. Edris House, Palm Springs, California, designed by E. Stewart Williams, built in 1954. Courtesy: Palm Springs Art Museum.

Palm Springs è celebre anche per lo stile architettonico che ha accompagnato la sua consacrazione a centro nevralgico della mondanità americana: il cosiddetto desert modernism che contraddistingue i lavori di Richard Neutra, John Lautner, Donald Wexler, Albert Frey e dei tanti che progettarono hotel, ville e piscine nel deserto della contea di Riverside. Dal tetto piatto della villa di Sinatra alle miriadi di relais spuntati in quel periodo, la cifra comune fu l’uso del vetro, l’applicazione di linee essenziali e l’alternanza tra spazi aperti e chiusi che voleva comunicare un’idea di eleganza semplice e informale. Naturalmente, queste erano le intenzioni formali, perché di semplicità a Palm Springs se ne è sempre vista poca. Prendete per esempio l’hotel The Horizon, celebre perché proprio qui la già citata Marilyn suscitò scandalo e con ogni probabilità sospiri di desiderio facendosi la doccia all’aperto. I proprietari erano soliti organizzare feste di tre giorni durante le quali gli invitati venivano trasportati su jet privati al Kona Kai Club di San Diego, a 200 chilometri di distanza, con tappa a Disneyland per la cena.

La quotidianità di Palm Springs è resa bene da uno scatto di Slim Aarons del 1970 diventato giustamente famoso: Poolside Gossip. Nell’immagine alcune donne finemente acconciate e vestite alla moda sono distese sui lettini accanto alla piscina della villa dell’uomo d’affari Edgar Kaufmann, disegnata da Richard Neutra (tornata recentemente all’antico splendore grazie a un restauro conservativo voluto dal tycoon Brent Harris, attuale proprietario). Da artista, diceva lo stesso Aarons, il suo obiettivo era “ritrarre persone attraenti che fanno cose attraenti in luoghi attraenti”. E in quegli anni nulla attraeva più di Palm Springs. Citando un articolo apparso su Elle lo scorso luglio a commento dello scatto: “Per quanto ci siano molte  donne contemporanee che incarnano un aspetto chic informale e dall’aria rilassata (Gisele Bündchen, Beyoncé, Kate Moss), c’è qualcosa di particolarmente irresistibile nelle donne raffinate e lucidate dell’epoca di Aarons che si crogiolano al sole in vestiti lunghi e pantaloni con le stampe – forse perché il loro fascino aveva poco a che fare con la giovinezza o la bellezza convenzionale; era un atteggiamento, era ottimismo. Le sue foto sono come cartoline dalla bella vita in cui puoi praticamente sentire il tintinnio del ghiaccio nei bicchieri da cocktail”.

La comunità di Palm Springs va comprensibilmente fiera di questi trascorsi patinati, tanto da aver dedicato le principali arterie del traffico urbano alle star dei primordi: chi fa un giro da quelle parti non potrà non attraversare Frank Sinatra Drive, per poi girare su Bob Hope Drive o proseguire fino a Gerald Ford Drive. Eppure, la città non è più soltanto un luogo della memoria, schiacciato da un passato pieno di fermenti. Negli ultimi anni, Palm Springs è rifiorita come meta del turismo d’élite, richiamando a sé, in un remake moderno della corsa al deserto della prima metà del Novecento, i grandi nomi dello show business. I suoi ambienti retro-chic, le sue distese assolate attorniate da palme e i suoi hotel e locali alla moda hanno cominciato ad attrarre una nuova generazione di visitatori e imprenditori. Molti si stabiliscono qui tra gennaio e aprile, sfuggendo agli inverni rigidi che caratterizzano il nord degli Stati Uniti e il Canada, e approfittano così dei 350 giorni di sole annuali di cui Palm Springs non manca di vantarsi.

Poolside Gossip. Photo: Slim Aarons, 1970. Kaufmann Desert House, Palm Springs, California, designed by Richard Neutra in 1946. Courtesy: Getty Images.

Poolside Gossip. Photo: Slim Aarons, 1970. Kaufmann Desert House, Palm Springs, California, designed by Richard Neutra in 1946. Courtesy: Getty Images.

Leonardo DiCaprio, per esempio, nel 2013 ha dichiarato che, dopo la sbornia di The Wolf of Wall Street, avrebbe avuto bisogno di un periodo di relax. Detto fatto: lo scorso marzo l’attore si sarebbe assicurato una villa disegnata nel 1963 da Donald Wexler per Dinah Shore, la più popolare voce femminile degli anni Quaranta e Cinquanta. La casa, eretta in zona Old Las Palmas, ha sei camere da letto e otto bagni e, grazie ad accurati lavori di restauro, mantiene l’originario stile anni Cinquanta.

Il ritorno sulle scene del vecchio relais delle celebrità di Hollywood non è passato inosservato ad aziende come Virgin America, che nell’estate 2013 ha lanciato un volo settimanale da New York. E del revival di Palm Springs ha beneficiato anche la Modernism Week, un ambizioso reticolo di eventi che da dieci anni celebra le linee architettoniche della cittadina. Cade ogni febbraio (e, in forma ridotta, nel weekend del Columbus Day, a ottobre) e vanta oltre cento eventi: dalla visita guidata alle arcate progettate da Neutra, Wexler e William Krisel, a conferenze, proiezioni di film d’epoca e party a tema che tentano, con inevitabile insuccesso, di emulare atmosfere alla Sinatra. Dal 12 al 22 febbraio prossimi la kermesse festeggerà la sua decima edizione con cocktail, proiezioni di documentari e film, oltre alla rituale apertura di alcune delle mansion più affascinanti della Coachella Valley.

D’altronde chi, ad esempio, non vorrebbe prenotare una settimana al Willows Inn, uno dei tanti hotel del posto che trasudano storia? Di certo è un altro diorama della vita scintillante e aspirazionale su cui Palm Springs ha imperniato il suo ritorno sulla ribalta turistica. Costruito come ritiro invernale da William e Nella Mead, una delle coppie più influenti dell’ambiente politico-economico losangelino degli anni Venti, la sua progettazione venne affidata alle mani sapienti dell’archistar californiana William J. Dodd. Nel 1925 fu quindi inaugurata The Willows, una villa a due passi dal già citato Desert Inn che godeva di una veduta sull’intera Coachella Valley. Sul finire del decennio, però, William Mead morì a causa di una polmonite acuta, e la consorte decise di vendere la dimora. L’acquirente fu un’altra celebrità, seppur di un altro settore e con tutt’altra provenienza. Samuel Untermyer veniva da New York, ed era una vera e propria star dell’avvocatura. Wilsoniano di ferro, nel 1920 era stato il membro più in vista del comitato Lockwood, che indagò su un sistema di tangenti nel sindacato delle costruzioni newyorkesi, e si era poi attirato l’avversione dei Rockefeller, Ford e J. P. Morgan con le sue richieste di regolamentazione del mercato azionario. Untermyer amava invitare gli amici nella sua villa di Palm Springs. Shirley Temple era tra questi: una volta venne portata al Willows appositamente per incontrare il governatore di New York Herbert Lehman.

Twin Palms, Sinatra House, Palm Springs, California, designed by E. Stewart Williams, 1947.

Twin Palms, Sinatra House, Palm Springs, California, designed by E. Stewart Williams in 1947. Courtesy: Beau Monde Villas.

Eppure, l’icona più intramontabile associata al Willows non faceva parte del jet set hollywoodiano, né aveva regole delle due ore da rispettare. Albert Einstein fu amico intimo di Untermyer (a dirla tutta il rapporto era tale che Albert e la moglie Elsa venivano a soggiornare in villa anche in assenza dell’avvocato). In realtà, il padre della teoria della relatività non era un villeggiante diverso dagli altri: veniva a Palm Springs per rilassarsi e prendere il sole (in versione naturista, come raccontano le cronache del tempo). Sulla sommità della collinetta da cui la villa domina la vallata c’è ancora la panchina su cui la sera Einstein sedeva, rimirava il paesaggio e con ogni probabilità si abbandonava a pensieri felici e comuni a persone con un quoziente intellettivo molto più basso del suo. Untermyer morì nel 1940 lasciando la villa in eredità alla sua famiglia, che la tenne fino alla metà del decennio successivo, quando venne acquistata da Marion Davies, star comica del cinema muto e moglie del magnate dell’editoria William Hearst che acquistò anche il già leggendario Desert Inn. Dopo un lunghissimo periodo di semiabbandono, oggi il Willows è di proprietà di Tracy Conrad, un medico di Los Angeles che l’ha ristrutturato, rendendolo l’hotel vintage extralusso che è oggi.

La villa a forma di fungo su Southridge Drive appartenuta a Bob Hope fu invece progettata da John Lautner nel 1973 e, come ha scritto il New York Times, “venne costruita per somigliare a un vulcano, con tre arcate a forma di visiera e un tetto in cemento ondulato con una breccia al centro che apre al cielo uno dei cortili”. Nel febbraio del 2013 è finita sul mercato per la prima volta, con un prezzo fissato a cinquanta milioni di dollari. Un anno dopo la proprietà è scesa alla cifra di trentaquattro milioni. Nel 1986, con Hope ancora vivente, un cronista del Los Angeles Times fu invitato a una cena di beneficenza nella villa, e descrisse interni eleganti decorati da quadri simil-Picasso, trofei (“voglio averne così tanti da riempirla”, disse il comico allora già 83enne) e foto in compagnia di Reagan, Nixon, Bing Crosby.

Albert Einstein, Palm Springs.

Albert Einstein, Willows Inn, Palm Springs.

In fondo, quella di Palm Springs è una storia americana. È la storia di un luogo non solo legato alle sue radici culturali, ma da esse costantemente affascinato, sfidato, rincorso. Le sue origini sono quasi mitiche, il suo stile è ciò che il mondo intero venera e occasionalmente tenta di ricreare. Ma l’America insegna anche che sì, magari Leonardo DiCaprio non vale un crooner dagli occhi blu e una piscina a forma di pianoforte accanto alla quale Marilyn Monroe sorseggia un cocktail, però c’è sempre spazio perché l’orgoglio del passato diventi la spinta positiva, creativa del presente. D’altronde, all’inizio, prima del Desert Inn e di tutto ciò che ne seguì, Palm Springs era soltanto una distesa arida scottata dal sole più di trecento giorni l’anno. Ciò non le ha impedito di diventare una leggenda della bella vita statunitense. Un posto dove, per citare le parole sardoniche del fumettista creatore di Doonesbury G.B. Trudeau, “pensano che chi non ha una casa sia stato incastrato da avvocati divorzisti incapaci”.


Davide Piacenza

È nato ad Alessandria nel 1989 e dal 2013 fa il redattore di Rivista Studio. In passato, ha anche scritto per il Post e altre testate online. Vive a Milano, tifa Juventus, gli piace la politica, legge soprattutto autori americani e una volta, giura, sapeva parlare cinese. Ha un blog.


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