Mario Bellini
Italian Beauty

13 marzo 2017

Incontriamo Mario Bellini nel cuore della mostra, Italian Beauty, che la Triennale di Milano dedica alla sua lunga, fortunata e operosissima carriera: 8 Compassi d’Oro, 25 opere presenti al MoMA di New York, architetto di fama internazionale, direttore di Domus dal 1985 al 1991. 82 anni portati con energica disinvoltura e molti progetti ancora nel cassetto. Come una macchina scenica, un gigantesco portale-biblioteca introduce al mondo progettuale di Bellini, esponendo una summa del suo lavoro, tra modelli, arredi, oggetti e video inseriti in un grande abaco rosso. Anche l’allestimento della mostra è opera di Bellini, che sul tema della messa in scena lavora da sempre. Ma il termine retrospettiva non piace all’architetto: “Preferisco chiamarla prospettiva, visto che sto ancora guardando al futuro”.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Partiamo dalla mostra: un portale, una piazza, una galleria – elementi fondanti della città italiana – organizzano tutto lo spazio espositivo. Qual è il suo modo di esporre l’architettura in un museo?

Già negli anni in cui ero direttore di Domus mi chiedevo come portare l’architettura nei musei. Il modo migliore per conoscere l’architettura è andare sul posto, guardarla, toccarla, mettendola a confronto col proprio corpo, con la propria scala, sentendo l’eco dei propri passi, l’odore dell’aria. Un percorso di avvicinamento. Ma, ovviamente, non sempre si può andare dall’altra parte del mondo. E allora il modo migliore per mostrare l’architettura è filmarla e proiettarla in grande scala. In un museo. E così ho fatto. Abbiamo previsto delle enormi pareti-schermo – più grandi che al cinema – che permettono di avere una percezione dell’architettura in scala 1:1 e di trasportare virtualmente i visitatori attorno e dentro i miei edifici sparsi in tutto il mondo. Parigi, Francoforte, Tokyo, Melbourne. In tutti gli allestimenti che ho fatto, cerco di far rivivere una storia, facendo “parlare” i reperti e le opere: è un immenso lavoro di preparazione e di studio: il briefing del committente e il sottostante progetto scientifico devono essere interpretati e tradotti in un progetto fisico, che può considerarsi riuscito se il visitatore entra, guarda e capisce.

Mostra Mario Bellini designer, al MoMA di New York, 1987. Archivio Mario Bellini.

Mario Bellini Designer, MoMA, New York, 1987. Archivio Mario Bellini.

Sessant’anni di lavoro poliedrico tra design e architettura, e una mostra personale realizzata al MoMA, nel 1987, esattamente 30 anni prima di questa alla Triennale.

Il MoMA mi invitò allora ad allestire una mostra sul mio lavoro di designer, avendo nella sua collezione permanente già 25 mie opere. Mi dissero che era un privilegio che avevano avuto solo Ray e Charles Eames, prima di me. Sempre al MoMA, nel 1972, presentai il progetto Kar-a-Sutra, una concept car realizzata per la storica mostra Italy: The New Domestic Landscape. Non mi ero allora posto l’obiettivo di modificare lo stile, ovvero le “linee” dell’auto, ma mi sono chiesto cosa fosse veramente l’automobile: inventai allora uno “spazio mobile” libero e aperto, trasgressivo. Era il superamento della berlina, e anticipava l’idea della monovolume. Proprio da quel progetto sono nati successivamente modelli come l’Espace di Renault e il Multi-Purpose Vehicle. Oggi, che ho superato gli ottant’anni, mi emoziona “debuttare” proprio nella mia città, Milano, con una mostra che espone anche la mia opera di architettura. Ed è un immenso piacere farla in Triennale, che fin dalla mia laurea al Politecnico nel 1959 è stata un punto forte di riferimento. Perché Italian Beauty? La bellezza ha in sé una forza eversiva e salvifica che spesso trascuriamo, forse perché noi italiani ne siamo costantemente circondati. Il nostro lavoro è un’instancabile ricerca della bellezza, nel senso filosofico del termine. È un percorso continuo di selezione e decisioni, per immaginare, progettare e realizzare. La ricerca della bellezza dev’essere inarrestabile. Ma non può e non deve essere il solo traguardo dell’architetto. Che dovrebbe sempre avvertire la necessità del dialogo: con l’uomo, con la città, tra le culture, tra le religioni. Ogni nuovo progetto è come un viaggio alla ricerca di un significato, di un’emozione, e della bellezza, naturalmente.

Kar-a-Sutra, spazio-mobile, concept car, progetto per la mostra del MoMA di New York Italy: the New Domestic Landscape, 1972. © Valerio Castelli, Centro Kappa.

Kar-a-Sutra, spazio-mobile, concept car, progetto di Mario Bellini per la mostra del MoMA di New York Italy: The New Domestic Landscape, 1972. Foto: Valerio Castelli, Centro Kappa.

A partire dal 1987 è avvenuta una svolta decisiva che l’ha portata, amplificando le scale di intervento, a progettare edifici di dimensione urbana considerevole, realizzati in tutto il mondo.

Dalla fine degli anni Ottanta, ho iniziato a partecipare a concorsi e a vincerne diversi costruendo in Giappone, Germania, Australia. Ho sempre disegnato sedie o edifici con naturalezza: cambiare scala mi è sempre stato congeniale. Come per molti architetti del Moderno, da Le Corbusier ad Alvar Aalto, sempre a loro agio su scale diverse. Appartengo a quella scuola milanese di architetti abituati a progettare oggetti, arredi, case, musei, città. In giro per il mondo, ho progettato il Tokyo Design Centre, lo Yokohama Business Park, il Risonare Vivre Club Complex di Kobuchizawa, la National Gallery of Victoria a Melbourne, la Natuzzi Americas ad High Point, la Deutsche Bank a Francoforte, etc.

Tokyo Design Center, Tokyo, 1988-1992. Archivio Mario Bellini.

Tokyo Design Center, Tokyo, 1988-1992. Progetto di Mario Bellini. Archivio Mario Bellini.

Ci racconti del progetto per il Louvre che, insieme alla Piramide di Pei, è l’altro grande intervento contemporaneo sul museo parigino.

È il Dipartimento delle Arti Islamiche, inaugurato nel 2012. Un progetto realizzato per lo stato francese, portato a compimento sotto il mandato di tre Presidenti diversissimi tra loro: Chirac, Sarkozy e Hollande. Si trattava di realizzare all’interno di un cortile del museo parigino, la Cour Visconti, la nuova sede della collezione delle arti islamiche, non solo rispettando due differenti culture, ma cercando anche di costruire una piazza dove ospitare un dialogo pacifico. Grazie a un lavoro sperimentale di alta tecnologia abbiamo messo a punto la “pelle strutturale” della copertura: fluttuante, stratificata, innovativa, quasi un tappeto volante, una tenda berbera. Una struttura a nido d’ape, leggera e trasparente, formata da una maglia di alluminio anodizzato color argento e da un’altra maglia dorata. Tra questi due strati, un doppio vetro ad alte prestazioni fa filtrare la luce e ha una funzione isolante. In mostra abbiamo voluto esporre sia i campioni di questo materiale, sia il filmato spettacolare che riprende la copertura ondulata del Louvre dall’alto.

Nuovo Dipartimento delle Arti Islamiche, Museo del Louvre, Parigi, con Rudy Ricciotti, 2005-1012. © Philippe Ruault.

Nuovo Dipartimento delle Arti Islamiche, Museo del Louvre, Parigi, 2005-2012. Progetto di Mario Bellini con Rudy Ricciotti. Foto: Philippe Ruault.

Cosa non ha mai progettato e le sarebbe piaciuto fare?

Non mi è mai capitato di disegnare cantine e chiese. Una cantina l’avrei progettata molto volentieri, chissà.

Tra le sue immagini di riferimento c’è quella di San Girolamo nello studio, di Antonello da Messina – che viene accostata a un luogo per lavorare. Qual è la sua idea di spazio dell’ufficio?

L’ufficio è prima di tutto un gruppo di persone che sta in un luogo: occorre quindi capire in che rapporto stanno tra loro, qual è l’interazione tra queste persone, che relazione c’è tra gli spazi. Quando si lavora con alcuni colleghi, per esempio, occorre avere una disposizione degli arredi adatta a interagire, stando comodi. Così ho pensato di aggiungere al piano rettangolare della scrivania tradizionale un’appendice rotonda che consentisse di lavorare insieme, senza spigoli. Non sono partito da un problema meramente funzionale, ma dal significato. La soluzione trovata – il Pianeta Ufficio (1974) – fu poi copiata immediatamente da varie aziende in tutto il mondo.

Pianeta Ufficio, design di Mario Bellini, 1974. Sistema modulare di arredo per ufficio. Foto: Gabriele Basilico.

Pianeta Ufficio, design di Mario Bellini, 1974. Sistema modulare di arredo per ufficio. Foto: Gabriele Basilico.

Qual è stato il suo rapporto con il Postmoderno?

L’ho sempre guardato con sospetto. Non mi sono fatto coinvolgere, ho aspettato che passasse come un’onda. Non vi ho mai aderito pienamente, anche se probabilmente un po’ mi ha influenzato.

Ci parli dell’esperienza Olivetti e dei suoi progetti che anticiparono di decenni la necessità di una tecnologia portatile.

Fin dal primo personal computer che ho progettato per Olivetti, il P101, mi sono focalizzato sul rapporto con l’utente, sulla relazione tra macchina e persona. Nel progetto della Divisumma, la calcolatrice elettronica ideata per Olivetti nel 1973, fu spontaneo pensare che si trattasse di una “macchina da mano”, quasi un oggetto da tenere tra le dita. Per questo, il primo modello sembrava quasi un guanto. Lavorandoci, sono arrivato all’idea di una pelle: ho eliminato i tasti, trasformandoli in una sorta di bolle, molto tattili, con una superficie continua e morbida di gomma. In qualche modo, Divisumma ha anticipato la tecnologia touch screen.

Steve Jobs la cercò per ben due volte, offrendole di collaborare con Apple.

Fui contattato da Jobs dopo una mia lecture all’International Design Conference di Aspen, in Colorado, nel 1981. Venne due volte nel mio studio a Milano per convincermi a lavorare per Apple, ma gli dissi molto onestamente che avevo un rapporto speciale con Olivetti, cui rimasi fedele. Non mi sono mai pentito di questa decisione, perché in Olivetti ero comunque libero e molto apprezzato, facevo dei progetti interessantissimi con grande trasversalità. Da allora ho progettato circa un centinaio tra macchine, calcolatori e computer: dal CMC 7, un lettore automatico di documenti con caratteri magnetici (Compasso d’Oro 1964), al laptop Quaderno, nel 1992. In occasione di questa mostra, la Triennale ha organizzato un evento dedicato al P101, primo computer da tavolo della storia: viene fatto funzionare collegandolo all’interfaccia Arduino. Uno scambio tra passato, presente e futuro.

Divisumma 18, design di Mario Bellini per Olivetti, 1973. Calcolatrice elettronica da mano scrivente a batteria ricaricabile. Foto: Ezio Frea.

Divisumma 18, design di Mario Bellini per Olivetti, 1973. Calcolatrice elettronica a batteria ricaricabile. Foto: Ezio Frea.

Qual è il suo rapporto, personale e professionale, con le tecnologie e l’informatica?

Utilizzo le tecnologie, le rispetto, ma non le mitizzo assolutamente. Sono uno strumento. In studio, siamo passati dal disegno manuale, ai rendering e alle prospettive disegnate al computer. Lavoriamo con programmi, come SketchUp, che ti fanno vedere velocemente in 3D com’è un progetto. Per inventare qualcosa, però, parto dallo schizzo, fisso l’idea su carta, come un rituale. È un modo di lavorare individuale, che si completa col lavoro in team. Come un’esplorazione, dove io scelgo la strada, mi fermo, riparto, per arrivare poi al progetto finale.

Usa di più la penna o la matita per disegnare? È un feticista di questi oggetti, come molti architetti?

Posso lavorare con qualunque cosa: stilografica, biro, matita, gessetto, pastello. Disegno in modo molto chiaroscurale: la biro è fredda, ma a me piace usarla velocemente, ottenendo quasi delle incisioni. Quello che conta è il cervello, il flusso speciale che passa dal cervello alla mano.

Cablounge, design di Mario Bellini, 2015. Schizzo. Archivio Mario Bellini.

CAB Lounge, design di Mario Bellini, 2015. Schizzo. Archivio Mario Bellini.

Passiamo ai progetti di design, gli imbottiti, le sedie. Lei inizia a lavorare per C&B (Cassina & Busnelli, poi B&B Italia), negli anni Sessanta, in un momento molto interessante per l’azienda: alla falegnameria viene affiancata la lavorazione di resine e poliuretani espansi, che permettono di creare non solo mobili diversi, ma nuove relazioni con gli oggetti e gli spazi della casa.

In quegli anni, C&B mi chiese di ideare un imbottito. Doveva essere un oggetto morbido, panciuto, con dei cuscini. Decisi allora di creare una specie di borsa chiusa da una cerniera e riempita di pallini di polistirolo, penne d’oca, elementi di schiuma di poliuretano espanso. Era il 1972. Nasce la serie di imbottiti Le Bambole, premiata col Compasso d’Oro nel 1979. Fu l’inizio di una fortunata stagione di sedie, divani, chaise-longue. Memorabili furono anche le campagne fotografiche di Oliviero Toscani, con la modella Donna Jordan. Nella mostra in Triennale non volevo solo esporre i mobili, ma anche far vedere come sono fatti dentro, come funziona un divano al suo interno. Per questo l’abbiamo tagliato in sezione, mostrando le viscere, l’imbottitura. Nell’allestimento ho voluto usare specchi lungo tutta la galleria espositiva, per dilatare la dimensione, e scoprire anche il rovescio degli oggetti, la parte dietro. È interessante l’effetto di profondità che può avere uno specchio. È l’artificio che amo di più: un’assenza che raddoppia la presenza. Un altro progetto che mi piace molto – per il rapporto stretto tra design e artigianato – è il divano Forte Rosso (1985), scolpito a mano in pietra rossa di Agra. Immaginate lo sgomento di un vero industrial designer improvvisamente lasciato libero da ogni vincolo tecnologico e produttivo. Un po’ come chiedere a un concertista di organo elettronico di imbracciare uno stradivario. Il Cooper Hewitt Museum di New York aveva invitato 5 architetti a visitare degli artigiani in India, per realizzare un progetto focalizzato sulla loro capacità manuale, come patrimonio da tramandare. Ho quindi disegnato un divano, sviluppando in studio un modello in polistirolo in scala 1:1, e l’ho spedito in India, dove questo artigiano lo ha scolpito con martello e scalpello nella pietra rossa di Agra. È stata un’esperienza unica disegnare un sofà da costruire soltanto con le mani, il martello e i materiali in uso da millenni.

Le Bambole, famiglia di imbottiti, design di Mario Bellini per C&B Italia, 1972. Compasso d’Oro nel 1979. Campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani con la modella Donna Jordan. Foto: Oliviero Toscani.

Le Bambole, famiglia di imbottiti, design di Mario Bellini per C&B Italia, 1972. Compasso d’Oro nel 1979. Campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani con la modella Donna Jordan. Foto: Oliviero Toscani.

Nella mostra c’è anche un lungo percorso iconografico che racconta la sua filosofia progettuale.

Sono le immagini che uso quando faccio le conferenze in giro per il mondo e sintetizzano molto bene il mio lavoro. Sono sequenze di immagini, accostate a due a due, per un confronto: opere d’arte, riferimenti al mondo animale e vegetale, elementi di antropologia culturale, forme, ispirazioni e volti. Per esempio, la sedia di Tutankhamon, che ha 3.000 anni, non è molto diversa dalle sedie di oggi, perché l’uomo è sempre uguale, si siede allo stesso modo. È un oggetto straordinario, non solamente funzionale: è un paramento dei riti sacri dell’uomo, un archetipo delle sedie del nostro tempo.

Mario Bellini in Giappone con la macchina fotografica Zeiss Hologon 1972. Archivio Mario Bellini.

Mario Bellini in Giappone con la macchina fotografica Zeiss Hologon, 1972. Archivio Mario Bellini.

Mario Bellini viaggiatore e reporter fotografico: ci parli dei suoi viaggi in Giappone, negli Stati Uniti.

Un paese straordinario, il Giappone. Ci sono stato 130 volte. Ho studiato a fondo la sua cultura antica, i valori dei materiali, la filosofia, l’architettura, le religioni. Mi interessava conoscerlo in profondità, per poterci lavorare. Ho avuto la fortuna di realizzare vari progetti, dove mi chiedevano sempre dei riferimenti alla cultura italiana. Per esempio, nel Risonare Vivre Complex (1989-92) il resort era pensato come un villaggio italiano con strade interne, case, piscina e hotel. Nei miei viaggi ho sempre fotografato molto. Nell’estate del 1972, dopo la mostra al MoMA, feci un viaggio coast to coast negli Stati Uniti, scattando foto che sono state raccolte nel libro Mario Bellini. Usa 1972.

“Viaggiavamo con un grande pulmino – ricorda Marco Romano nel catalogo della mostra –, col tetto apribile come una barca, di fronte al portello laterale un divano a L e un altro divano di fianco al guidatore – ricavati da un adattamento de Le Bambole – che, lui sì, guardava davanti, mentre gli altri cambiavano posto, consultavano le guide e le carte, leggevano, giocavano ai dadi, prendevano il sole. (…) Viaggiare con Mario era una festa, perché ogni cosa diventava motivo di curiosità, ogni cibo un momento di sperimentazione, ogni manufatto una ricognizione sull’architettura, ogni campeggio l’immagine di un paesaggio”.

Viaggio in USA, fotografia di Mario Bellini della Playboy Mansion, 1972. Archivio Mario Bellini.

Viaggio in USA, fotografia di Mario Bellini della Playboy Mansion, 1972. Archivio Mario Bellini.

Com’è la libreria di Mario Bellini? Come ordina e classifica i suoi libri?

È una libreria alta 9 metri, che funge anche da scala: dal piano terra al primo piano. Ci passo varie volte al giorno e ogni tanto mi fermo a scegliere un libro. Ho provato a classificare i libri in vari modi: letteratura divisa per paesi, poi in ordine alfabetico; storia, divisa per periodi; arte, per argomenti e ancora in ordine alfabetico. Poi, ogni tanto, rivoluziono tutto. Sono un accanito lettore, amo molto i romanzi di Simenon, più che i suoi gialli. Leggo anche libri di storia e poesia contemporanea – soprattutto tedesca e francese – in lingua originale. Credo di essere tra i pochi ad aver letto i tre corposi volumi delle lettere di Mozart: mi ha incuriosito il fatto che non accennasse mai ai luoghi che ha attraversato, persino quando erano unici come Venezia.

Ci spostiamo, a questo punto, nel cuore della mostra, la cosiddetta Wunderkammer: raccolta intima e personale di oggetti d’affezione, fotografie, passioni e collezioni. Fil rouge di questa sezione sono le mani dell’architetto, fotografate in primo piano, ora a tenere un violino, una fotografia, una matita. Grande appassionato di musica classica (Wagner, Mozart), ma anche jazz e operistica, Bellini mostra alcuni pezzi della sua collezione personale: un piatto di Lucio Fontana, un ritratto di Bertolucci, gli obiettivi Hasselblad, una giacca di Issey Miyake, la raccolta dei dvd di Heimat, il portaghiaccio di Gio Ponti. E anche un foglio di carta e una matita, strumenti di elezione. Infine, i quadri: dal realismo magico di Mario Broglio a un dipinto emblematico di Mario Sironi, del  1922: L’architetto, con un compasso in mano e alle spalle una colonna e un timpano classico. Ma sostiene di non essere un vero collezionista: “Sono solo uno che ama la musica, gli strumenti musicali e i libri. E molti oggetti e arredi non disegnati da me. Sono semplicemente molto curioso”.

Mario Bellini. Italian Beauty
A cura di Deyan Sudjic, Ermanno Ranzani (architettura), Marco Sammicheli (design)
Triennale, Milano
19 gennaio – 19 marzo 2017

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Mario Bellini. Italian Beauty, Triennale, Milano, 2017. Foto: Gianluca Di Ioia.

Programma 101, design di Mario Bellini, Olivetti, 1965. Primo personal computer da tavolo.

Programma 101, design di Mario Bellini, Olivetti, 1965. Primo personal computer da tavolo. Foto: Museo Tecnologicamente, Ivrea.

CAB, design di Mario Bellini per Cassina, 2015. Foto: Cassina.

CAB Lounge, design di Mario Bellini per Cassina, 2015. Foto: Cassina.

CAB 412, design di Mario Bellini per Cassina, 1977. Archivio Mario Bellini.

CAB 412, design di Mario Bellini per Cassina, 1977. Archivio Mario Bellini.

Teneride, design di Mario Bellini per Cassina, 1970. Prototipo di sedia per ufficio. Foto: Falchi&Salvador.

Teneride, design di Mario Bellini per Cassina, 1970. Prototipo di sedia per ufficio. Foto: Falchi & Salvador.

GA 45 POP, design di Mario Bellini, per Minerva/Grundig, 1968. Giradischi automatico portatile. Foto: Alberto Fioravanti.

GA 45 POP, design di Mario Bellini, per Minerva/Grundig, 1968. Giradischi automatico portatile. Foto: Alberto Fioravanti.

Schizzo La torre di Babele, 2015. Archivio Mario Bellini.

Schizzo La torre di Babele, 2015. Archivio Mario Bellini.

Schizzo Lo spazio bianco dell’architetto, 2015. Archivio Mario Bellini.

Schizzo Lo spazio bianco dell’architetto, 2015. Archivio Mario Bellini.

Schizzo di studio per tavolo profilato a T, 2008. Archivio Mario Bellini.

Schizzo di studio per tavolo profilato a T, 2008. Archivio Mario Bellini.

Mario Bellini, autoritratto, inchiostro di china, 1952. Archivio Mario Bellini.

Mario Bellini, autoritratto, inchiostro di china, 1952. Archivio Mario Bellini.


Francesca Acerboni

Architetto e giornalista, scrive di design e sostenibilità per DomusAbitareArchinfo e Arketipo. Ha pubblicato e curato le monografie su Patricia Urquiola, Matteo Thun e Kazuyo Komoda. Milanese con cuore alpino, si sposta in bici e – appena può – cammina in salita.


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