La nuova era delle energie rinnovabili

15 novembre 2017

Non sembra un buon periodo per investire nelle energie rinnovabili. Dalla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha da poco varato una serie di iniziative che rischiano di mettere in dubbio la diffusione di eolico e fotovoltaico nella più grande economia del mondo. Dal governo, il segretario all’Energia, Rick Perry, sta usando tutte le armi giuridiche e legislative a sua disposizione per mantenere la promessa elettorale di lasciare attive e aperte quante più centrali a carbone possibili. Al Congresso, il nuovo piano fiscale proposto dal presidente prevede il taglio di finanziamenti e incentivi a chi sviluppa energia pulita. E nei corridoi della Casa Bianca si vocifera di una serie di dazi da imporre ai pannelli fotovoltaici importati dall’estero, che certo non favorirà la competizione e la diffusione della tecnologia. Insomma, sembra finita l’epoca in cui, con tono di speranza e illusione, si parlava dell’energia pulita come del perfetto connubio tra idealismo e profitto, e della cosiddetta green economy come del business che ci avrebbe permesso di salvare il pianeta senza rallentare i motori dell’economia. Le energie rinnovabili sembrano passate di moda, ma non è così, anzi: non c’è momento migliore di questo per guardare con interesse alla green economy.

Come sta succedendo nella geopolitica, ogni crisi e ogni vuoto di potere genera nuove occasioni e nuovi leader, e dunque il settore della green economy, se possibile, è ricco di opportunità come non lo è mai stato in precedenza – anche per l’Italia, che ha stoffa di trascinatrice in un settore in cui ha iniziato tardi, ma con potenzialità importanti. Nonostante i cattivi presagi degli ultimi mesi, secondo tutte le metriche il 2016 è stato l’anno d’oro delle energie rinnovabili – e il 2017 si appresta a superarlo. In una mastodontica inchiesta pubblicata a maggio, il Financial Times, giornale della City, annunciava che è finalmente probabile che il Ventunesimo secolo sia l’ultimo secolo alimentato con combustibili fossili. Non sembra un gran risultato, direte voi: abbiamo ancora ottant’anni. In realtà, i grandi cambiamenti epocali, parlando di fonti energetiche, richiedono decenni e a volte secoli, come è avvenuto nell’Ottocento per il passaggio da un mondo alimentato a legno a un mondo alimentato a petrolio. E con i tassi di adozione delle rinnovabili che avevamo fino a pochi anni fa, molti analisti temevano che nel 2100 i vecchi combustibili fossili sarebbero ancora stati in circolazione. Ma negli ultimi anni molto è cambiato, e adesso c’è un po’ più di sicurezza in questo senso.

Il Financial Times scrive un’altra cosa interessante. Per la prima volta, il giornale britannico attribuisce alla green economy e alle energie rinnovabili qualità di “disruption”. Il termine, abitualmente usato nell’industria tecnologica, definisce tutte quelle aziende che, grazie a un sovrappiù di innovazione, merito e grinta, soppiantano industrie e tecnologie obsolete. Per intenderci: Uber è – o meglio: vorrebbe essere – il “disruptor” dei taxi. Ora, fino a poco tempo fa, le energie rinnovabili erano tutt’altro che “disruptive”. Al contrario: erano così poco competitive che avevano bisogno di ricchissimi e dispendiosi sussidi statali per avere qualche speranza di funzionare sul mercato. Negli ultimi vent’anni, la Germania è diventata un leader mondiale nel campo delle rinnovabili esattamente così: chiedendo ai contribuenti volenterosi di colmare, attraverso le loro tasse, il gap di competizione e costi tra rinnovabili e combustibili fossili. È stata una politica lungimirante, perché adesso Berlino si trova in pole position per approfittare di un mercato in fase di esplosione, ma ormai le cose stanno cambiando. La competitività, l’efficienza e la convenienza degli impianti eolici, idroelettrici e fotovoltaici aumentano a tassi molto maggiori di quanto non diminuiscano i sussidi di stato, ed è iniziata una nuova era in cui il tasso di adozione delle nuove energie può fare il definitivo salto di qualità, costringendo le industrie tradizionali a rinnovarsi, creando nuovi player e diventando un motore di innovazione fondamentale.

Lo vediamo tutti i giorni, anche nelle cronache: la grande enfasi del business e dei media sullo sviluppo di auto elettriche performanti e accessibili al grande pubblico è passato da affare di nicchia a grande tendenza mainstream (su questo torneremo tra poco), e ci dice che il passaggio dai combustibili fossili all’elettrico è reale. A Manhattan (che certo non si può considerare come buon metro di paragone per il resto del mondo, ma come luogo capace di definire le tendenze sì), già adesso ci sono più colonnine di ricarica per le macchine elettriche di Tesla che pompe di benzina. I grandi leader dell’industria del petrolio ormai sono costretti a prendere nota. Come ha scritto il Financial Times, Saudi Aramco ha parlato di una “trasformazione globale” portata dalle rinnovabili; Royal Dutch Shell ha detto che ormai la rivoluzione “non si può più fermare”, e a ottobre la francese Total ha annunciato che entro il 2035 il suo portafoglio energetico sarà composto almeno al 20 per cento di progetti eolici, solari, a biogas e a biomasse (anche su questo torneremo, e vedremo che c’è chi fa meglio).

Ma iniziamo dai numeri. Ci aiuta l’ultimo rapporto sulle rinnovabili della IEA, l’International Energy Agency, pubblicato il 4 ottobre scorso. Lo stesso atteggiamento dell’agenzia è indicativo di come le cose stiano cambiando. Appena cinque anni fa, nel suo World Energy Outlook, la IEA suggeriva che stessimo entrando nell’età dell’oro del gas naturale. Oggi, nel report di ottobre, prevede un “futuro luminoso” per le rinnovabili e una “nuova era” per lo sviluppo dell’energia solare. Nel 2016, la produzione di energie rinnovabili è aumentata del 9 per cento, e le rinnovabili da sole hanno fornito i due terzi di tutta la nuova capacità energetica mondiale messa in rete nel corso dell’anno: quasi 165 gigawatt, soprattutto grazie a una performance del solare che ha sfiorato il 50 per cento di crescita. Secondo la IEA, di qui al 2022 le rinnovabili dovrebbero crescere di un altro 43 per cento, e il dato è interessante perché soltanto un anno fa lo stesso report parlava di una crescita intorno al 30 per cento: sono bastati 12 mesi per stravolgere le previsioni dell’Agenzia, che adesso è convinta che nel 2022 le rinnovabili occuperanno il 30 per cento del mercato energetico.

Questa rivoluzione ha un ovvio nuovo leader, ed è la Cina, che già oggi contribuisce da sola al 40 per cento della produzione mondiale di energie rinnovabili, ed è destinata a rimanere leader incontrastato nel settore per almeno un decennio – ma occhio all’India, che secondo le previsioni della IEA entro il 2022 dovrebbe produrre tanta energia pulita quanta adesso ne producono gli Stati Uniti o l’intera Unione europea. La Cina ha fatto della corsa alle energie rinnovabili un imperativo economico e della lotta allo smog, problema grave per i cittadini, una priorità politica. Anche la chiusura dei lavori del Congresso del Partito comunista di ottobre ha confermato che per il governo le energie rinnovabili sono la chiave per risolvere la grande contraddizione che sta alla base del modello di sviluppo cinese. Ma il dominio della Cina non è solo quantitativo. In Cina ci sono sei dei dieci principali produttori di pannelli solari e quattro dei dieci maggiori produttori di turbine eoliche. La produzione di massa cinese ha contribuito ad abbassare i costi delle tecnologie in maniera sostanziale: non solo per turbine e pannelli fotovoltaici, ma anche per le batterie di grande capacità, necessarie per accumulare l’energia prodotta.

Altre tecnologie sono sul punto di diventare mainstream e potrebbero essere capaci di dare alle rinnovabili la spinta definitiva verso la consacrazione. Quando, lo scorso aprile, la società di automobili elettriche Tesla ha superato per la prima volta nella storia General Motors come casa automobilistica dal maggior valore di mercato negli Stati Uniti, è diventato chiaro a tutti che qualcosa stava cambiando – e poco importa se in seguito GM ha recuperato il suo primato: ormai si era creato un simbolo. Anche qui la Cina sta fornendo un contributo notevole, non solo perché, seguendo l’esempio di Regno Unito e Francia, Pechino ha annunciato quest’anno che bandirà la vendita di veicoli a combustibili fossili entro il 2030, ma anche perché grazie a una politica intelligente di aiuti, sussidi e opere infrastrutturali il governo sta preparando il più grande mercato automobilistico del mondo a diventare completamente elettrico, grazie alla diffusione di auto ecologiche, alla costruzione di una rete di rifornimento capillare e, come abbiamo visto, alla produzione in massa di energia elettrica pulita.

Certo, per ora la gran parte dell’energia elettrica consumata dalla Cina (quasi il 90 per cento) proviene da combustibili fossili, in particolare il tutt’altro che pulito carbone. È per questo che il caso dell’americana Tesla è particolarmente interessante. Il fondatore Elon Musk, infatti, ha pensato al pacchetto completo. Non solo produce macchine elettriche performanti quanto quelle a benzina, realizza anche pannelli fotovoltaici e giga batterie capaci di soddisfare il fabbisogno energetico di un’abitazione. Insomma, c’è già chi progetta interi stili di vita intorno alle energie rinnovabili.

E qui arriviamo all’Italia. Se il leader europeo nella produzione di energie rinnovabili è la Germania, e il leader mondiale è la Cina, l’Italia ha un ampio gap da colmare, ma ha molto di cui andare orgogliosa. Dal 2004 al 2013 la produzione di energia da fonti rinnovabili è triplicata, e il paese ha raggiunto anzitempo l’obiettivo di produzione di energie rinnovabili al 17 per cento fissato entro il 2020. Ora, l’obiettivo politico della nuova Strategia Energetica Nazionale in fase di definizione da parte del governo sembra quello di porre fine definitivamente alla produzione di energia da carbone entro il 2025.

In questo senso, una società che si distingue per la propria strategia sulle rinnovabili è Edison. La società, leader da sempre nel settore energetico e in particolare elettrico, ha annunciato di recente che intende far salire la produzione di energia da fonti rinnovabili nel proprio mix produttivo del 40 per cento entro il 2030, dal 20 per cento circa attuale. “Dopo il convegno sul clima di Parigi, EDF (la società che controlla Edison, nda) ha lanciato un programma orientato allo sviluppo di fonti rinnovabili e di quelle a bassa CO2”, dice a Klat Marco Stangalino, direttore del settore idroelettrico e fonti rinnovabili di Edison. Al momento della presentazione della nuova strategia per le rinnovabili di Edison, l’amministratore delegato Marc Benayoun ha annunciato un piano di investimenti da un miliardo di euro nel triennio 2017-2020 solo per l’Italia, di cui ben due terzi saranno destinati alle fonti rinnovabili.

Veduta dall’alto della Diga Venina, in Valtellina, nel luglio 2013. Foto: Andrea Siri / e-motion s.r.l. © Edison Spa.

La strategia di Edison ha due linee di sviluppo, idroelettrico ed eolico. Il primo, per Edison, è un settore storico. “L’azienda è stata la prima a costruire una centrale alimentata ad acqua in Europa”, ci dice Stangalino riferendosi alla famosa centrale Bertini sul fiume Adda, risalente al 1898. “Gli asset idroelettrici sono la storia del gruppo e sono uno degli ambiti di sviluppo futuro nel settore delle rinnovabili”. Dopo un’operazione di rinnovamento delle centrali preesistenti, Edison si è concentrata su una strategia interessante, basata sulla sostenibilità: quella del mini idro. Oltre a mantenere l’efficienza delle centrali di grande taglia realizzate nel passato, Edison si è concentrata su centrali più piccole e polverizzate sul territorio, con un impatto ambientale più contenuto, una produzione più costante di energia, un iter più semplice di autorizzazione. “Lo sviluppo di impianti di grande taglia è già avvenuto e adesso è il momento di valorizzare le potenzialità di impianti più piccoli che sorgono sui fiumi”, commenta Stangalino. Negli ultimi mesi, Edison ha acquisito centrali mini idro in tutto il Paese, lanciando un Opa su Frendy Energy, società toscana che gestisce 15 piccoli impianti tra Piemonte e Lombardia. Il fiore all’occhiello è stata una centrale da poco inaugurata sull’Adda, dove tutto è iniziato. Il mini idro di Pizzighettone produce energia rinnovabile per 6.000 famiglie ed evita l’emissione nell’aria di 8.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno.

Nell’eolico, Edison punta a diventare leader nazionale. La società ha 38 impianti in tutta Italia, e quest’anno ha aperto quattro cantieri (due in Campania, uno in Sicilia, uno in Basilicata) per costruire altrettanti parchi eolici, frutto del buon risultato nell’ultima gara per la capacità eolica messa in asta dal GSE. Attraverso E2i Energie Speciali, società costituita nel 2014 insieme a F2i, Edison ha conquistato 153 MW di potenza eolica che vanno ad aggiungersi ai 600 MW già parte del portafoglio impianti di E2i. Nell’eolico, anche per via della già citata riduzione degli incentivi, l’economia di scala è importante. Per essere sostenibili, bisogna essere grandi, ma il mercato italiano dell’eolico è piuttosto frammentato. Dei 9 GW di potenza totale installata, il primo operatore italiano ne detiene solo 1,1.

Veduta generale della diga di Publino e bacino della centrale Publino, in Valtellina, nel luglio 2013. Foto: Andrea Siri / e-motion s.r.l. © Edison Spa.

La strategia di Edison tanto per l’idroelettrico quanto per l’eolico, dunque, può essere riassunta con due parole: make & buy. Il significato è semplice: bisogna costruire (make) nuove centrali, come quella di Pizzighettone, e acquisirne (buy) altre ancora, rafforzando la propria posizione sul mercato e contribuendo alla decarbonizzazione. Il punto di svolta per le energie rinnovabili, l’abbiamo capito, è quando iniziano a diventare “disruptive”, quando, oltre al peso degli investimenti, lo sviluppo di energia pulita inizia a portare con sé una carica innovativa irresistibile. L’Italia sta arrivando a questo stadio. Con un po’ di ritardo, forse, ma lo sta facendo, e ci sono buone ragioni per essere ottimisti. Da Edison in giù, un manipolo di aziende è pronto alla fase due, quella in cui l’energia pulita non sarà solo un necessario dovere ambientale, ma una forza inarrestabile capace di cambiare in meglio lo stile di vita di tutti.

Pale eoliche al tramonto, nel Parco San Francesco di Melissa-Strongoli (KR). Foto: Renato Cerisola. © Edison Spa.

Veduta generale della diga di Scais, parte dell’impianto idroelettrico di Vedello, in Valtellina, nel luglio 2013. Foto: Andrea Siri / e-motion s.r.l. © Edison Spa.


Eugenio Cau

È nato a Bologna, si è laureato in storia, scrive per gli esteri de Il Foglio. Da quando vive a Roma gli manca la nebbia. È un ottimista tecnologico e ama i gadget. Ha una passione per la Cina, cerca con fatica di imparare il mandarino.


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