Ingressi di Milano
Karl Kolbitz

4 ottobre 2017

Gli ingressi del Novecento milanese raccontano frammenti di storia attraverso un linguaggio colto e raffinato. Un recente volume, Entryways of Milan – Ingressi di Milano, pubblicato da Taschen e curato da Karl Kolbitz, ha il merito di documentare questi spazi nascosti, spesso scenografici, mediante una raccolta di saggi e le fotografie inedite di Delfino Sisto Legnani, Paola Pansini e Matthew Billings. Secondo lo storico dell’architettura Daniel Sherer, uno degli autori del libro, Milano è la città degli ingressi, così come Bologna lo è dei portici, Napoli delle scale all’interno dei cortili e Venezia degli androni affacciati sui canali. Milano non è l’unica città in cui si trovano degli ingressi degni di nota, ovviamente, ma è quella in cui la personalità di questi luoghi di accesso è più spiccata – una personalità che unisce la sobria semplicità dei prospetti alla ricchezza decorativa degli spazi interni, e che richiama una tradizione cittadina fatta di rigore e pulizia formale (già dal Cinquecento). Nel Novecento, Milano vede nascere – e rinascere, nel dopoguerra – una moltitudine di case e condomini che da una parte ricompongono il tessuto urbano lacerato dalla guerra, e dall’altra creano il nuovo volto di una città borghese, industriale, cosmopolita. Non si tratta solo di appartamenti con giardini interni, terrazze, logge e cortili, ma anche di vestiboli compositivamente articolati su più livelli, grazie a gradini e nicchie, guardiole e vasche, corpi scala e ascensori; atri sontuosamente arredati con vasi, piante, sculture, mosaici, bassorilievi, lampadari; ambienti decorati con boiserie, intonaci a graffito, lastre in pietra, ceramiche, e persino opere d’arte e trompe-l’oeil.

Piazza Eleonora Duse 2, Palazzo Civita, Gigiotti Zanini, 1927-33. Basamenti in marmo di Bardiglio, lesene in marmo Cipollino e pareti in travertino. Foto: Paola Pansini.

Piazza Eleonora Duse 2, Palazzo Civita, Gigiotti Zanini, 1927-33. Basamenti in marmo di Bardiglio, lesene in marmo Cipollino e pareti in travertino. Foto: Paola Pansini.

L’androne simbolizza, in fondo, un microcosmo sociale che sta a metà tra l’intimità della propria casa e l’estraneità della strada. Nel consueto rituale quotidiano di passaggio dall’abitazione alla città, e viceversa, gli ingressi fanno da sfondo a semplici azioni talmente abituali da passare inosservate, e molto legate allo stile di vita italiano: il ritiro della corrispondenza, la figura del custode, le relazioni e le brevi soste con i condòmini. La stagione architettonica che vive la Milano dagli anni Venti è particolarmente fiorente: l’avvento della modernità si ibrida con l’eredità classica, attingendo ampiamente a influenze artistiche molto radicate nella cultura milanese: il Futurismo, Boccioni, Balla, Sant’Elia, de Chirico, Sironi, Carrà. La Ca’ Brütta (1922) di Giovanni Muzio confonde l’opinione pubblica, che non comprende immediatamente il suo stile innovativo, ma rimarrà una pietra miliare dell’architettura novecentesca. L’estetica del regime fascista, che spingeva all’uso di materiali autarchici, aveva tra l’altro favorito un ritorno all’arte della decorazione muraria, e in particolare della ceramica. Il costo contenuto, la durevolezza e la versatilità di questo materiale, i colori accesi delle maioliche, permettevano di realizzare con grande libertà compositiva bassorilievi, balaustre, disegni astratti su intere pareti, fontane e sculture. Melchiorre Bega, Marco Zanuso e Luciano Baldessari avevano più volte collaborato con ceramisti e artisti quali Pietro Melandri, Lucio Fontana e Fausto Melotti: la ceramica era perfetta per introdurre il colore e la scultura negli edifici, in una sintesi delle arti che per primo Gio Ponti auspicava. Negli anni del Razionalismo e del Novecento – correnti che si sviluppano tra gli anni Trenta e Cinquanta – la proficua intersezione tra le arti, l’architettura e l’arredamento produce risultati spaziali, decorativi e formali di altissimo livello, anche grazie alle possibilità finanziarie di un’alta borghesia che intende celebrare il suo prestigio e la sua ascesa sociale attraverso il decoro dei suoi palazzi: una rappresentazione volutamente discreta, riservata, che trova negli androni la sua perfetta espressione tipologica.

Viale Vittorio Veneto 22, Achille Luigi Ferraresi, 1952-57. Pavimentazione in marmo di Botticino e Rosso Verona. Foto: Paola Pansini.

Viale Vittorio Veneto 22, Achille Luigi Ferraresi, 1952-57. Pavimentazione in marmo di Botticino e Rosso Verona. Foto: Paola Pansini.

Entrate dall’impianto simmetrico – che si rifanno più o meno esplicitamente allo schema assiale con lo scalone al centro del palazzo rinascimentale o della villa  palladiana – sono realizzati tra gli altri da Muzio, Piero Portaluppi, Giuseppe Martinenghi e Giuseppe Terragni. Seguono poi soluzioni asimmetriche che si ritrovano spesso nei progetti di Gio Ponti, BBPR, Asnago e Vender, Luigi Caccia Dominioni. Quest’ultimo – che fonda insieme a Ignazio Gardella l’azienda Azucena – utilizzerà spesso le sue lampade nei suoi passaggi urbani curvilinei: spazi semi-pubblici arredati come appartamenti e decorati spesso dall’artista Francesco Somaini, che realizza pavimentazioni a mosaico dal disegno fiammeggiante. Giulio Minoletti, nella casa in corso di Porta Romana (i Giardini d’Arcadia), progetta una scala di accesso sospesa su una vasca d’acqua che diviene elemento di connessione tra il condominio e il grande giardino privato. Terragni e Pietro Lingeri disegnano – nella famosa Casa Rustici di corso Sempione – un sistema complesso che ha nell’ingresso la sua cerniera: scale e rampe definiscono lo spazio, simmetrico, attorno alla guardiola del custode, che separa i due blocchi laterali del condominio, unificati in facciata da lunghi ballatoi. Di fronte, sul lato opposto di corso Sempione, troviamo il grattacielo INA di Piero Bottoni, ispirato all’Unité d’Habitation di Le Corbusier, che presenta un ingresso longitudinale con pilastri in cemento a vista, ingentilito da decorazioni astratte – a tessere di mosaico rosa e blu – in contrasto con l’aspetto austero del condominio.

Viale Vittorio Veneto 20, Achille Luigi Ferraresi, 1952-57. Lampada a muro di Venini, maniglie in ceramica veneziana, pavimentazione in marmo di Botticino e Rosso Verona, pareti in marmo di Botticino. Foto: Paola Pansini.

Viale Vittorio Veneto 20, Achille Luigi Ferraresi, 1952-57. Lampada a muro di Venini, maniglie in ceramica veneziana, pavimentazione in marmo di Botticino e Rosso Verona, pareti in marmo di Botticino. Foto: Paola Pansini.

Nell’atrio giallo di Casa Melandri in viale Lunigiana, Gio Ponti disegna motivi a losanghe sulle pareti e un corpo scala dove sperimenta quelle forme a diamante che caratterizzano gran parte della sua produzione architettonica. Talvolta gli atri si estendono all’esterno, come avviene nella hall della Torre Velasca dei BBPR, che si apre visivamente sulla piazza, in continuità con essa, ma si sviluppa prospetticamente anche in altezza, con una ricchezza controllata e precisa di dettagli: le lampade a candelabro d’acciaio, l’impiallacciatura a segmenti di mogano nel blocco degli ascensori, i pilastri rivestiti in mosaico grigio chiaro, la pavimentazione in granito. Sempre i BBPR, in piazza Sant’Erasmo, allestiscono una vera e propria scenografia: in una stupefacente promenade, l’androne del condominio diventa un “museo in casa”, tra statue e colonne, quinte e tagli di luce. Gli ingressi milanesi – geodi discreti che svelano solo all’interno il loro splendore – sono stati soprattutto una favolosa opportunità di sperimentazione, un esercizio di stile che ha permesso ad architetti, artisti, designer e artigiani di esprimere, nelle dimensioni spesso ridotte di un atrio, lo spirito del tempo che ha attraversato vari decenni del Novecento.

Via Antonio Canova 7A, Giandomenico Belotti, Sergio Invernizzi, Achille Boraschi, 1958-60. Scultura di Gio Pomodoro, lampade a sospensione di Venini e pavimento in Serizzo. Foto: Paola Pansini.

Via Antonio Canova 7A, Giandomenico Belotti, Sergio Invernizzi, Achille Boraschi, 1958-60. Scultura di Gio Pomodoro, lampade a sospensione di Venini e pavimento in Serizzo. Foto: Paola Pansini.

Viale Tunisia 48, Giannino Testori, 1936-37. Pannelli rettangolari in vetro satinato di Fontana Arte, pavimento in marmo Cipollino Verde e serpentinite, pareti in marmo Repen e Rosa Valtoce. Foto: Paola Pansini.

Viale Tunisia 48, Giannino Testori, 1936-37. Pannelli rettangolari in vetro satinato di Fontana Arte, pavimento in marmo Cipollino Verde e serpentinite, pareti in marmo Repen e Rosa Valtoce. Foto: Paola Pansini.

Via Aristide de Togni 14, Pier Giulio Magistretti, 1934-36. Lampade di Ignazio Gardella e pavimento in palladiana di marmo di Bardiglio, Carrara e Giallo Siena.

Via Aristide de Togni 14, Pier Giulio Magistretti, 1934-36. Lampade di Ignazio Gardella e pavimento in palladiana di marmo di Bardiglio, Carrara e Giallo Siena. Foto: Delfino Sisto Legnani.

Via Gabrio Serbelloni 10, Palazzo Sola Busca, Aldo Andreani, 1924-30. Scalone in marmo di Botticino.

Via Gabrio Serbelloni 10, Palazzo Sola Busca, Aldo Andreani, 1924-30. Scalone in marmo di Botticino. Foto: Delfino Sisto Legnani.

Corso di Porta Nuova 2, Giuseppe Roberto Martinenghi, 1937. Pavimentazione in marmo di Carrara Arabescato, pareti in pietra calcarea Nero Assoluto d’Italia e marmo Calacatta.

Corso di Porta Nuova 2, Giuseppe Roberto Martinenghi, 1937. Pavimentazione in marmo di Carrara Arabescato, pareti in pietra calcarea Nero Assoluto d’Italia e marmo Calacatta. Foto: Paola Pansini.

Copertina del volume Entryways of Milan – Ingressi di Milano, editore Taschen, 2017.


Francesca Acerboni

Architetto e giornalista, scrive di design e sostenibilità per DomusAbitareArchinfo e Arketipo. Ha pubblicato e curato le monografie su Patricia Urquiola, Matteo Thun e Kazuyo Komoda. Milanese con cuore alpino, si sposta in bici e – appena può – cammina in salita.


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