Barbara Radice
“Sottsass era un anarchico”

20 febbraio 2018

“Avevamo litigato, Ettore e io. Io ero a Milano, lui a Napoli. Mi ha telefonato da un ristorante in piazza Dante e mi ha fatto fare una serenata al telefono. A un certo punto la canzone, Reginella, dice: “Mo nun c’amammo cchiù”. Ho messo giù. Proprio quella doveva scegliere? È che non sapeva le parole”.

Barbara Radice racconta chi era, chi è Ettore Sottsass, suo compagno di una vita. A 100 anni dalla sua nascita, il 14 settembre del 1917, e a dieci dalla sua scomparsa, il 31 dicembre del 2007, mostre, libri, interviste e aziende hanno omaggiato l’architetto, il designer, il fotografo, lo scrittore, l’intellettuale. Da Phaidon, che ha rieditato la sua monografia, ad Adelphi, che ha pubblicato la raccolta di scritti in gran parte inediti Per qualcuno può essere lo spazio, a cura di Matteo Codignola. Dalla Triennale di Milano, che lo ha celebrato con la mostra There is a Planet (fino all’11 marzo 2018), ideata da Barbara Radice e con la collaborazione di Michele De Lucchi e Christoph Radl, al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, che ha allestito Ettore Sottsass. Oltre il design, a cura di Francesca Zanella, con oltre 700 pezzi fra bozzetti, disegni, schizzi.

Barbara Radice, Filicudi, 1983. Foto: Ettore Sottsass.

Barbara Radice, Filicudi, 1983. Foto: Ettore Sottsass.

Cosa resta di quell’amore?

L’amore non scompare, se ne va il corpo e manca moltissimo la carne, ma non la carne nel senso del sesso. Mi manca vederlo, toccarlo con le mani. Il riso, lo sguardo, tutto quello che è la fisicità, quello che noi prendiamo con i sensi. Resta la presenza, misteriosamente. C’è quello che tu senti e ancora provi. E poi la sua energia lascia tracce dappertutto. È stato, è, molto faticoso senza di lui.

Trent’anni di vita insieme. Lei giovane critica, laureata in storia dell’arte, figlia del pittore Mario Radice, cresciuta con un padre artista. Lui architetto e designer di fama internazionale, con 30 anni di più. Come vi siete conosciuti, quando è iniziata la storia?

Nello studio di Vittorio Gregotti. Vittorio era commissario alla Biennale di Venezia e mi stava intervistando per un lavoro. Sottsass è capitato lì. Poi l’ho rivisto su un vaporetto a Venezia.

E quando l’ha incontrato da Gregotti cosa ha pensato? 

Niente: piacere, buongiorno. Zero. Quando ci siamo rivisti sul vaporetto, si è seduto vicino a me e ha detto: “Vorrei invitarti a cena”. Questo qui è un bel tipo, ho pensato. Non sapevo neanche se sarei andata.

E come mai ha deciso di andare?

Non lo so. Io scendevo al Giglio. Lui ha detto: “Sono al Monaco, ti aspetto”. E io sono andata.

Barbara Radice e Ettore Sottsass, 1977. Autoscatto.

Barbara Radice e Ettore Sottsass, 1977. Autoscatto.

Ha da poco pubblicato un libro dedicato a Ettore intitolato Perché morte non ci separi (Mondadori Electa). Le ripropongo una poesia di Franco Erminio: “La prima volta non fu quando ci spogliammo, ma qualche giorno prima, mentre parlavi sotto un albero. Sentivo zone lontane del mio corpo che tornavano a casa”. Cosa ha sentito quando si è innamorata?

È una bella poesia. Non lo so quando mi sono innamorata. Ettore era a Venezia per lavoro e mi invitava sempre a cena. Dopo andavamo al Danieli a bere vodka e pensavo fosse soltanto un signore solo. Io avevo trent’anni di meno e lui parlava tutto il tempo della moglie e dell’amante. L’ultima cosa che immaginavo era che ci provasse. Pensavo fosse attraente, simpatico, pieno di charme e che volesse compagnia.

Non le era neanche venuto in mente?

A me no. Ma un giorno mia sorella è venuta a trovarmi a Venezia e le ho fatto vedere un disegno di Ettore. C’era una persona con la scritta Barbara sulla t-shirt che si buttava a capofitto nella laguna dalla finestra di Ca’ Giustinian, dove lavoravo. Pensavo di essere io la persona che si buttava in mare. E mia sorella: “Ma sei scema? Non capisci che quello è lui, non tu, e ti fa la corte? “Ma cosa vuoi che mi faccia la corte che ha trent’anni più di me, una moglie e anche una amante”, rispondevo io. Un giorno mi ha invitata a cena sul Monte Bianco, altra idea balorda. Poi, alla fine dell’estate, ho scritto una cosa su un suo lavoro intitolato Metafore. Subito dopo mi ha telefonato e mi ha invitata a cena. E lì, alla fine, mi sono detta che forse aveva ragione mia sorella.

Ha avuto la percezione che fosse innamorato?

No, ma sentivo di piacergli. Siamo usciti a cena a Milano e ci siamo ubriacati al Charlie Max, un club. Si era tolto le scarpe per ballare e i camerieri gliele avevano riportate sul vassoio. Forse in quel momento abbiamo capito che c’era qualche cosa tra noi: eravamo entrambi innocenti o cretini, non so.

Barbara Radice e Ettore Sottsass, Milano, 1978. Autoscatto.

Barbara Radice e Ettore Sottsass, Milano, 1978. Autoscatto.

O pieni di stupore.

O pieni di stupore, e così è andata. C’era un senso di appartenenza. Il senso di stare sempre dalla stessa parte, guardando nella stessa direzione.

Prima di Sottsass ci sono stati degli altri amori?

Sì, ma non ne parlo.

C’è una cosa molto bella che Ettore ha scritto su di lei in Scritto di notte. “Il corpo di Barbara è bellissimo, magro, un vero corpo animale, compatto, per niente sportivo, ma naturale, perfetto, femminile, con il sesso incastrato tra le cosce come una pietra preziosa, le braccia che si muovono nell’aria, non si sa perché, forse per abbracciare il cielo per tutto lo spazio dell’orizzonte”.

Era gentile.

In questi ultimi due anni si è occupata della curatela della mostra monografica alla Triennale There is a Planet. In tutto sono nove stanze, negli spazi della Galleria di Architettura. C’è una stanza che preferisce?

Tutte, potrei dire. Ognuna ha un suo mood, un suo carattere. Per esempio, mi piace molto la stanza che si chiama “Vorrei sapere perché”. Ci sono mobili prodotti dalla galleria Mourmans di Lanaken, disegnati tra il 1997 e il 2007, gli ultimi dieci anni di vita di Ettore. Li hanno visti in pochissimi prima.

Ettore Sottsass e Barbara Radice, Hammamet, 1977. Autoscatto.

Ettore Sottsass e Barbara Radice, Hammamet, 1977. Autoscatto.

Con chi ha realizzato questa mostra?

Con cari amici. Christoph Radl non si è occupato solo della grafica, ha fatto molto di più. E Michele De Lucchi ha curato tutta la struttura, il soffitto completamente scuro, le nicchie, i supporti. Christoph è stato geniale nel comprendere il problema fondamentale delle scritte. Ha creato il corpo, la giustezza, un lavoro di grande complessità. Questa mostra è stata molto letta, non solo vista.

In che senso?

Proprio letteralmente. Per esempio, la sera dell’inaugurazione sui social network i più giovani postavano le scritte. Mi sono commossa. Ero felice. Alla base della mostra c’è la decisione che dovevo lasciare parlare lui, perché quello che ha scritto è quasi più importante o altrettanto importante di quello che ha disegnato.

Ogni tanto va a rivederla?

Sì, ci vado. Di questa mostra io stessa continuo a stupirmi. Ettore ha scritto: “Mi interessa recuperare un senso dello stupore quasi infantile. Ho letto recentemente antichi testi vedici dove si avverte un senso “pre-religioso” del mondo e dove il divino è parte importante. Noi siamo dentro questo spazio divino. Siamo giorno e notte sbalorditi per quello che succede perché non abbiamo spiegazioni, apriamo gli occhi e attraversiamo i fenomeni come bambini. Credo che se potessimo mettere in moto un atteggiamento di questo genere, una pazienza speciale, invece di voler sempre capire, possedere e controllare, potremmo forse avere anche un altro tipo di industria”. Ecco, questo è lo stupore di cui parlo.

Ettore Sottsass, Gatto rosa antico perplesso, 2006.

Ettore Sottsass, Gatto rosa antico perplesso, 2006.

Sottsass è nato nel 1917, l’anno della Rivoluzione Russa. Per il centenario è stato pubblicato anche Per qualcuno può essere lo spazio, nella Piccola Biblioteca Adelphi.

La pubblicazione raccoglie scritti degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, ed è il primo di una serie di volumi. Ci sono pensieri talmente forti che li ho inseriti nella mostra. Come in Disegno magico o in Per un Bauhaus immaginista contro un Bauhaus immaginario, un testo incredibile. Inizia così: “Esiste un rito magico con il quale si invoca e ci si propizia la pioggia innaffiando la polvere secca della terra. Allo stesso modo si invoca e ci si propizia l’universo costruendo una casa. L’architettura è sempre stata, e oggi lo è ancora di più, un rito magico”.

È uscito anche un catalogo della mostra.

All’inizio non volevamo farlo. Poi, su suggerimento di Silvana Annicchiarico, direttore del progetto, è nata l’idea di una specie di quaderno più semplice, stampato su carta uso-mano. Il font è stato realizzato da Christoph partendo dalla scrittura di Ettore. Con Christoph abbiamo lavorato per settimane sulla sequenza delle fotografie e delle immagini. Anche nel catalogo emerge un Ettore scrittore, molto forte.

Il catalogo è uscito insieme alla mostra, il 14 di settembre scorso, giorno del suo compleanno. Come festeggiavate?

Bevevamo molto vino. Negli ultimi anni c’era un amico che organizzava una bella festa per lui nella sua casa di Antibes. Oppure, se eravamo in giro, andavamo a cena.

Cosa si poteva regalare a uno come Ettore?

Tante cose: libri, macchine fotografiche, golf, portachiavi, dischi. Era pieno di interessi anche musicali.

Che musica ascoltava?

Tutta. Adorava la musica classica, etnica, jazz, pop, rock, tutto. La musica era una delle sue grandi passioni. Se eravamo in giro per il mondo comprava dischi sulle bancarelle, nei mercati.

Ettore Sottsass, disegno di architettura, 1988.

C’era qualcosa che non sopportava assolutamente di lui?

Ettore teneva il volume molto alto. Ecco, se la mattina appena sveglia uno mi mette Bach a tutto volume divento isterica. Abbiamo fatto un patto: la mattina e dopo pranzo silenzio. Oppure parlavamo. Parlavamo di tutto, di cibo, di filosofia, di arte, di anima, di aldilà.

Oggi le manca questo dibattito?

Ettore non è un interlocutore qualsiasi. Era un compagno molto speciale.

Quali erano i momenti nei quali discutevate di più? 

Dopo cena o dopo aver bevuto. Quasi sempre la sera, perché di giorno lavorava. Ovunque. Stavamo molto insieme. Una cosa che facevamo sempre era mangiare insieme, a mezzogiorno e la sera. A me piaceva cucinare per lui. E di questo immancabilmente mi ringraziava.

È il senso di avere cura di una persona.

Non solo ne avevo cura, mi piaceva farlo. Il nostro tempo passava così.

Cosa amava cucinare per Ettore? Quali erano i suoi piatti preferiti?

Ho imparato a cucinare da una madre piemontese bravissima, accurata e precisa. Ma a noi piacevano, a quel tempo, soprattutto gli spaghetti. Ricordo gli spaghetti Bandiera, che mi aveva insegnato Amedeo dell’Aragosta, un ristorante di Ponza dove passavo l’estate: aglio, olio, peperoncino, pomodorini e prezzemolo. Impeccabili.

Ettore non cucinava mai?

Una volta ha cucinato una minestra perché avevo la febbre. Ha fatto una porcata, una minestra di verdura che sembrava la brodaglia delle mense militari.

Fumava?

Ma sì, qualche canna se l’è fatta. Aveva un rapporto di sperimentazione con le droghe. Una volta mangiavamo al ristorante Torre di Pisa, a Milano. Entra Elio Fiorucci e gli chiede se vuole provare una pillola. E questo cretino cosa fa? La mette in bocca e la manda giù. Era un acido. È stato fuori un giorno e mezzo, sono rimasta attaccata a lui per tutto il tempo.

Ettore Sottsass, Casa Wolf, Colorado, 1986-1989, con Johanna Grawunder, Sottsass Associati.

Ettore Sottsass, Casa Wolf, Colorado, 1986-1989, con Johanna Grawunder, Sottsass Associati.

Parlavate di politica? Quali erano le sue idee politiche?

Ettore non apparteneva a un partito, non si identificava in una ideologia. Anche io sono stata educata da mio padre a stare lontana dai partiti: “Pensa con la tua testa, non ascoltare quello che dicono gli altri”, mi diceva. Ettore era di base un anarchico.

Avevate trent’anni di differenza. Per lei erano troppi? 

No, non è mai stato un problema, era un uomo di grandissimo charme.

Ha fatto scalpore all’epoca?

Quale epoca? Non sono passati dieci secoli. Poi nella storia dell’umanità, e lo vediamo anche oggi, le persone più potenti si accompagnano spesso a uomini e donne più giovani.

È stato un maestro per lei?

Sì, ma ho sempre vissuto con artisti e il mio atteggiamento non era da devota. Ettore non stava sul piedistallo.

Dalle sue fotografie, presenti anche in mostra, emerge un Ettore viaggiatore. 

Abbiamo viaggiato soprattutto in Asia, nel Nordafrica, in Medio Oriente. Anche negli Stati Uniti, e in Italia. Nell’Africa subsahariana mai. Era anche una questione di soldi. Per alcuni viaggi ci voleva una guida, e un autista. E poi noi amavamo partire da soli.

Era un buon compagno di viaggio?

Quando ci siamo conosciuti, siamo andati a fare un viaggio in Tunisia, giù verso il deserto. Il posto in cui ci siamo fermati era molto selvaggio. La prima sera abbiamo dormito in una specie di grotta. Il tavolo per mangiare era sporco, allora Ettore è andato a prendere nella toilette un rotolo di carta igienica color malva con cui ha foderato il tavolo. Faceva cose così.

Ettore Sottsass, Mobili Grigi, Poltronova, 1970.

Ettore Sottsass, Mobili Grigi, Poltronova, 1970.

Cosa non mancava mai in casa?

Ettore lasciava spesso in giro disegni, appunti, fogli. Quindi non mancavano mai penne e colori. Disegnava anche sui tovaglioli di carta.

In questi trent’anni insieme vi siete mai lasciati?

Ci siamo allontanati per un certo periodo. Però non ho voglia di parlarne. È stato un momento difficile, poi rientrato.

Sottsass significa ‘Sotto il sasso’, il suo cognome è Radice. L’ha mai infastidita che tutti la considerassero solo la compagna di Ettore Sottsass?

Non me ne importava niente. Ero la sua compagna. Ero e sono molto orgogliosa di lui. Anche di essere la sua compagna.

Era gelosa?

Non tanto, ma avrei dovuto. Gli piacevano molto le donne e lo diceva anche.

E di Fernanda Pivano?

No, è venuta prima. Lei era molto triste per la loro separazione, aveva l’età di Ettore. È difficile competere con una donna di trent’anni di meno, non ce la fai. Ero più gelosa della ragazza catalana di cui si era invaghito dopo Fernanda e prima di me, perché era stata una grande passione.

Da “In Magazine”, 1971.

Ettore Sottsass, da In Magazine, 1971.

Tra i vari progetti insieme, avete presentato Memphis.

Nel 1981 ci fu la prima mostra, con – più o meno, dicono – tremila persone all’inaugurazione. Avevano bloccato tutto corso Europa: un successo del tutto inaspettato. Non potevamo nemmeno entrare e siamo rimasti fuori almeno un’ora.

Perché così tante persone?

Si sentiva che c’era qualcosa nell’aria. Stava succedendo qualcosa che avrebbe cambiato il design. L’invito era un Tyrannosaurus Rex.

Qual era l’idea alla base di Memphis?

Non c’è una filosofia di Memphis, ci sono gli oggetti. Il punto è che la funzionalità può essere anche una funzionalità emotiva e non soltanto ergonomica.

Quanto tempo avete impiegato per mettere insieme la mostra in Triennale?

Due anni. Solo per leggere tutti gli scritti di Ettore ho impiegato un anno. Dopo di che, a forza di leggere, guardare e pensare ho avuto l’idea dei titoli e di esporre anche gli scritti. Tutti eravamo molto contenti e gasati per quello che stava venendo fuori. Anche Silvana Annicchiarico e tutto lo staff erano sempre d’accordo, ci hanno sempre sostenuti.

In There is a Planet si sente molta energia. Secondo lei, ci sono architetti e designer oggi che hanno un po’ quella vivacità culturale e intellettuale?

Nella vita ho conosciuto uomini colti e affascinanti come Aldo Rossi, Arata Isozaki, Shiro Kuramata. Ma uomini come loro o come Ettore sono rari.

Nessuno della generazione successiva? Fabio Novembre?

Ma no, per favore. Sono anche irritata per un’intervista che ha fatto a Ettore: aggressivo e maleducato.

E come si fa a trovare uomini rari?

L’altro giorno c’era una ragazza alla mostra, avrà avuto diciannove anni, studiava a Venezia. Mi ha chiesto “Lei è Barbara Radice? Mi fa una firma?”. Abbiamo cominciato a chiacchierare e ha concluso: “Speriamo capiti anche a me di incontrare qualcuno sul vaporetto, come lei ha incontrato Sottsass”. Ma sì, speriamo. È questione di fortuna. A volte, bisogna pregare l’Ignoto.

Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 - 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 – 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

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Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 - 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

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Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 – 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

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Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 – 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 - 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 – 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 - 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

Ettore Sottsass. There is a Planet, La Triennale di Milano, a cura di Barbara Radice, 15 settembre 2017 – 11 marzo 2018. Foto: Gianluca Di Ioia.

Ettore Sottsass, Barbaric Furniture, 1985.

Ettore Sottsass, Barbaric Furniture, 1985.

Ettore Sottsass, Architetture Nere, 1991.

Ettore Sottsass, Architetture Nere, 1991.

Ettore Sottsass, Lampada in alluminio, 1954.

Ettore Sottsass, lampada in alluminio, 1954.

Ettore Sottsass, Rocchetti, Manifattura Cav. G. Bitossi & Figli per Galleria Il Sestante, 1957-1959.

Ettore Sottsass, Rocchetti, Manifattura Cav. G. Bitossi & Figli per Galleria Il Sestante, 1957-1959.

Ettore Sottsass, Bandiera di morte 1, 1964.

Ettore Sottsass, Bandiera di morte 1, 1964.


Francesca Esposito

Giornalista, collabora per diverse testate, scrivendo di architettura, fotografia, arti e mestieri. Si occupa di comunicazione nella nuova Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Vive nel cuore del quartiere cinese di Milano, dopo aver vissuto a Shenzhen, a Roma, a Parma, a Londra e a Parigi. Sta programmando una fuga.


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